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sabato 30 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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La storia di oggi ci racconta la PERSEVERANZA con il tenace fiore dell'euforbia.

LA CAMPIONESSA


Lily voleva diventare una campionessa, questo era il suo sogno fin da bambina. Non che ora fosse un’adulta, ma per lo sport che faceva ormai non poteva più permettersi di essere una novellina.
La palestra era ormai deserta, anche il gruppo della ginnastica maschile era uscito dagli spogliatoi e i ragazzi si erano salutati con grandi pacche sulle spalle prima di andarsene ognuno verso la propria casa.
Lily non li aveva degnati neanche di uno sguardo, la sua attenzione solo all’attrezzo che aveva davanti: la trave. Ogni ginnasta doveva scegliere il proprio attrezzo, quello su cui puntare durante le gare e le esibizioni, ma per lei era stato semplice. Per il corpo libero non era portata, non aveva la capacità di ammaliare gli spettatori, sapeva solo eseguire in modo meccanicamente preciso i vari movimenti da compiere e cercare di esprimere a tempo di musica le risultava difficile.
L’incontro con la trave non avvenne in maniera del tutto piacevole; durante gli allenamenti per imparare a muoversi con disinvoltura sopra di essa più di una volta aveva toppato clamorosamente con la conseguente umiliazione davanti alle altre atlete che sghignazzavano come oche. Tutti potevano sbagliare, ma non Lily. La sua tenacia nell’esercitarsi era fastidiosa agli occhi delle ragazze che si allenavano con lei. “Chi si crede di essere?” o “stronzetta perfezionista” erano alcune delle tante cose che Lily sapeva dicevano di lei e solo quando volevano essere buone la chiamavano in tono velenosamente sarcastico “Nadia-Lily Comăneci”.
Dalla bacinella prese uno dei pezzi di gesso e se lo sfregò con cura su entrambe le mani, poi si arrampicò sulla trave più alta e iniziò a fare delle ruote e rondate per riscaldarsi. Il pezzo che doveva provare era abbastanza complicato, ma Lily voleva sempre spingersi oltre i suoi limiti. Si posizionò all’estremità destra della trave e si sedette a cavalcioni, fece tre respiri profondi e poi si mise in posizione; salì con entrambi i piedi sopra la trave e prese la classica postura di inizio. Le braccia tese all’indietro con la schiena inarcata a disegnare una 
flessuosa linea curva, il piede destro davanti a fare presa sulla superficie dell’attrezzo: era pronta.
Alcuni passi decisi e poi una capovolta avanti senza mani, l’arrivo era stato un po’ sbavato ma non poteva fermarsi, doveva fingere di trovarsi di fronte alla giuria. Inarcò il suo corpo all’indietro per fare il ponte e sentì i muscoli mettersi in tensione per prepararsi alla spinta che avrebbe portato le gambe dall’altra parte. Qualcosa però andò storto. La pianta del piede era divenuta sudata per via dell’ansia che le faceva vibrare il corpo e al contatto con la trave il piede non aveva fatto presa, ma era scivolato facendole perdere l’equilibrio. Cadde a terra con un tonfo secco.
Fortunatamente non aveva appoggiato nessuno dei suoi arti in modo da schiacciarlo con il suo peso, se si fosse fatta una storta o una contusione non se lo sarebbe mai perdonato.
Restò immobile sul materasso per qualche minuto, le lacrime salate avevano preso a scorrerle lungo le guance accaldate per lo sforzo e sentiva dietro la nuca il sudore che le bagnava i capelli castani. Doveva farcela, a tutti i costi. Si asciugò con il dorso della mano le gocce antipatiche le avevano bagnato il volto e si rimise in piedi; cosparse nuovamente le mani di gesso ed era già sulla trave.
Riprese a fare con precisione tutti i movimenti che aveva compiuto prima, solo che ora prestava un’attenzione maniacale ad ogni minimo dettaglio. Il ponte, la capovolta, la verticale di passaggio, ogni movimento era calibrato per essere quanto più possibile perfetto. Lily voleva assolutamente vincere alla competizione che si sarebbe tenuta tra meno di un mese. Se ci fosse riuscita, quelle che ora erano critiche e atteggiamenti snob, poi sarebbero diventate solo invidia.
Sorrise del suo pensiero malvagio e continuò l’esercizio come fosse un rituale. In effetti poteva essere considerato tale vista anche la musica che la sua allenatrice aveva scelto per accompagnare l’esercizio, un brano del Requiem di Mozart. Era una musica triste ma allo stesso tempo maestosa e Lily muoveva le braccia e le mani in modo preciso e quasi schematico; sembrava un robot in modalità “esegui alla perfezione”.
Proprio quando la musica era all’apice del crescendo, Lily si preparò all’uscita. Si era esercitata tanto per far sì che quel passaggio avvenisse in modo naturale e senza imprecisioni; era caduta molte volte ma aveva sempre avuto la forza di rialzarsi e ricominciare tutto da capo e adesso doveva dimostrare a se stessa che il duro lavoro svolto fino a quel momento era valso a qualcosa.
Si trovava a metà della trave, prese un profondo respiro e appoggiò le mani velocemente sull’attrezzo e spinse i
l suo corpo dall’altra parte. Nello spazio che le rimase eseguì una ruota con le gambe completamente tese e arrivò al momento più difficile.
Svuotò la mente da ogni pensiero e si concentrò solamente sul suo corpo. Sentì ogni fibra del suo corpo tendersi per poi contrarsi, intorno a sé solo uno spostamento d’aria.
Atterrò perfettamente a piedi uniti sul pavimento ammortizzato. Ci era riuscita, era riuscita a fare il doppio avvitamento e a non cadere rovinosamente per terra.
Assunse subito la posizione utilizzata dalle ginnaste come saluto a fine esercizio e sorrise soddisfatta al suo pubblico invisibile.

venerdì 29 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Una storia bella ma triste che parla di ABBANDONO, come bello e malinconico è il fiore che ce lo ricorda: l'aquilegia.


LA RUOTA


Carola avvolse il piccolo fagottino nella coperta di lana sgualcita, era la sola cosa calda con cui poteva coprire il piccolo e proteggerlo così dal gelido freddo invernale. Aprì con cautela la porta di legno che dava sul cortile e guardò se in strada ci fosse qualcuno; la via era deserta per via dell’ora tarda e per il vento gelato che sferzava indomito. La sua avventura era cominciata un anno e mezzo prima quando il padrone della casa dove stava a servizio era ritornato dalla guerra. Carola non l’aveva mai visto fino a quel momento anche se le voci sulla sua scaltrezza con le donne lo avevano preceduto; la moglie, invece, era donna pigra e indolente capace solo di lagnarsi con i servi per le cose più futili. Servire in casa De’ Rambaldis non era una cosa piacevole, ma le offriva soldi, benché pochi, e un tetto sotto cui stare.
Carola aveva solo diciassette anni e la vita non le aveva riservato grandi sofferenze, se uno non contava l’essere allontanata da casa per poter alleggerire le magre finanze della famiglia; aveva accettato questo compito con la giusta dose di rassegnazione e oramai si era completamente abituata a vivere lontana dal piccolo paesino dove era nata. Lei era una delle domestiche che si occupava della messa in ordine delle stanze da letto: cambiava la biancheria, accendeva il fuoco nel camino, rassettava i vestiti che i padroni lasciavano in giro e preparava loro il bagno caldo che facevano ogni sera prima di cena.

Era stato durante una delle sue solite mansioni che era incappata nel padrone di casa, da sola. Lui l’aveva squadrata da cima a fondo e poi le era passato accanto sfiorandole la spalla; Carola sapeva che non doveva cadere in simili trappole, ma il suo corpo l’aveva tradita e la leggera peluria che aveva sul braccio si era 
elettrizzata al contatto con l’uomo.
Come proseguirono i loro incontri è presto detto, il signor De’ Rambaldis con astuti pretesti trovava sempre il modo di essere in prossimità delle stanze che erano stata affidate a Carola per essere riordinate. Un giorno, però, il gioco di sguardi e sfioramenti era sfociato in qualcosa di più fisico e carnale. La padrona di casa era via, era andata a trovare la sorella minore che si era ammalata improvvisamente e aveva lasciato la casa ormai da due giorni. Carola stava facendo il solito giro per rassettare il reparto notte dell’antica dimora, ma una volta giunta alla stanza matrimoniale era stata colta alle spalle dallo stesso padrone che, dopo aver prontamente inchiavato la porta, l’aveva stesa sul letto ed era entrato in lei. In un primo momento aveva creduto di voler morire, si sentiva usata come un banale oggetto, eppure in fondo aveva provato un pizzico di voluttà nel sentirsi desiderata.
Da quel giorno divenne la sua amante, non che lei fosse l’unica ad avere le sue attenzioni, sapeva bene che anche fuori le mura del suo palazzo il signor De’ Rambaldis era solito avere le sue avventure, ma questo non le importava. Le piaceva godere di quei momenti e aveva preso a farli capitare più spesso.
Ma come tutte le cose piacevoli, anche questa si spense inesorabilmente. Carola rimase incinta e nascondere il suo segreto divenne la sua attività principale; gli abiti che portava mentre prestava servizio come cameriera non le permisero di andare oltre i primi mesi di gravidanza e inseguito fu costretta a passare, inspiegabilmente per gli altri domestici, nelle cucine. Era stato un abbassamento di ruolo, ma pur di salvare il posto avrebbe tentato qualsiasi cosa; l’unica a sapere cosa le stava succedendo era la vecchia governante. Ne aveva viste così tante quella donna che non si era sentita di abbandonare Carola in mezzo ad una strada.
L’unico patto per la sua protezione e il suo silenzio era che Carola avesse dato via il bambino, non alla sua famiglia, che per altro non l’avrebbe voluto, ma alle suore della Carità del monastero di Santa Caterina. Doveva esporlo.
Nessuno aveva bisogno di un bastardo, tanto meno quella casa; era stato queste dure parole che aveva apostrofato ogni tentativo di Carola di opporsi alla triste sorte che incombeva sul suo bambino.
Passò i mesi e più il ventre cresceva rotondo più le mansioni da svolgere in cucina divennero pesanti, anche il più piccolo movimento era divenuto come spostare macigni. Il padrone intanto era ripartito per i viaggi di affari e si sarebbe scordato presto della servetta con cui aveva passato innumerevoli notti a fare l’amore; all’inizio si era mostrato preoccupato dello spostamento di Carola nei compiti da eseguire, ma appena aveva odorato il motivo di siffatto cambiamento aveva preferito che le cose facessero il loro corso e sparire così per il tempo necessario affinché il suo giocattolo non fosse ritornato utilizzabile.
Sebbene il parto fu doloroso, Carola seppe trattenere le grida di dolore le raspavano lungo la gola e dopo ore di sofferenza poté guardare con muto orgoglio il frutto di quell’amore illecito. Era un maschietto sanissimo, completamente ignaro del destino che lo attendeva.
Il giorno dopo doveva portarlo alla ruota, come promesso.
Quel giorno fu il più bello e il più brutto di tutta la sua vita e quando arrivò la sera e infine la notte, Carola dovette mantenere la parola data.
Strisciando silenziosa lungo i muri delle case, sotto il mantello scuro che si era messa addosso per proteggersi dall’inverno sentiva il respiro caldo di quella fragile creatura; la stringeva al petto come a cercare di fonderla di nuovo con il suo corpo e non doverla così abbandonare alle cure severe delle nere suore.
Salì frettolosamente i gradini che separavano il livello della strada dal portico del monastero, la luna con il suo sottile spicchio emanava una luce quasi inesistente. Arrivò all’angolo sinistro del porticato dove era situata la ruota, Carola sentiva il cuore frantumarsi e cadere pezzo dopo pezzo; aprì lentamente lo sportello e posizionò con delicatezza il piccolo bambino avvolto della coperta. L’ho guardò per qualche secondo a imprimere per sempre nell’anima l’immagine di suo figlio. Chiuse lo sportello e la ruota girò portando il bimbo dall’altra parte del muro; con la fronte si era appoggiata alla maniglia e un pianto muto iniziò a scorrere sulle guance arrossate dal freddo.
Per sempre. Aveva perduto suo figlio per sempre.
Con voce rotta mormorò un fugace Addio, poi suonò la campanella e scappò via. 

giovedì 28 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Una storia dolce come l'acacia, che vuol dire AMORE SEGRETO.

LA CASA SULL'ALBERO

Il vento si infilava dispettoso tra i capelli di Teresa e i piedi nudi cercavano di toccare il punto più alto del cielo. Oscillare sull’altalena era il suo passatempo preferito e l’aria fresca che le punzecchiava il corpo le lasciava addosso la sensazione di un lieve formicolio. Come sempre accanto a lei c’era Milo, una massa di capelli castani e sorridenti occhi neri. Dondolava pigramente sull’altalena a fianco a quella di Teresa, il suo sguardo estasiato seguiva il cadenzato andare e venire  dell’amica.
Teresa portava un leggero abitino giallo che spiccava luminoso sulla sua pelle dorata e due lunghe trecce le scendevano fin sotto il torace, a vederla così sembrava un amore di ragazzina, ma la sua vivacità irrequieta metteva spesso a dura prova la pazienza degli adulti che le stavano intorno.
Aveva undici anni, ma ne dimostrava di più, non per via dell’aspetto fisico ma per la sua brillante intelligenza. Teresa leggeva tantissimo e non c’era argomento o parola che le fosse sconosciuto; Milo aveva un animo più tranquillo e dolce e nonostante fosse più grande di due anni e mezzo era completamente soggiogato dal carattere estroverso di lei.
Compagni di giochi inseparabili erano cresciuti a poche case di distanza l’uno dall’altra e ora che Milo stava diventando grande sentiva che il sentimento che provava per l’amica si stava trasformando in qualcosa di diverso, ma non sapeva ancora bene cosa.
Teresa scese dall’altalena, le braccia e le gambe fredde e inumidite dalla rugiada che era ancora attaccata ai fili di prato.
«Andiamo alla casa sull’albero» disse stirando le pieghe del vestito leggero. Milo la seguì.
Arrivarono sotto la grande quercia dove anni prima il nonno di Teresa aveva fatto costruire una deliziosa casetta per far giocare la sua adorata nipotina.
«Ti aiuto?» chiese Milo allungando la mano verso l’amica, ma non fece in tempo a dirlo che subito Teresa si era arrampicata sul tronco dell’albero quasi fosse una scimmia.
«Come non detto» bofonchiò lui e prese a salire lungo il tronco nodoso.
Una volta all’interno della casetta i rami con le foglie rigogliose coprivano quasi del tutto la visuale di quello che rimaneva a terra e la strana protezione dagli occhi indiscreti del mondo metteva in loro una sensazione elettrica.
Teresa gattonò fino all’angolo destro della casetta e si appoggiò alla parete fatta di assi di legno, distese le gambe davanti a sé e allargò la gonna del vestito così da farla sembrare un ventaglio orientale. Milo le si avvicinò e si sedette al suo fianco.
Teresa gli prese la mano e intrecciò le sue dita con quelle di lui, poi lo guardò dritto in volto. Sorrise con fare furbo e reclinò la testa di lato, una mossa che Milo conosceva bene. Teresa stava per chiedere qualcosa.
Si schiarì la voce tossicchiando un poco e poi finalmente si decise a parlare.
«Ti piaccio Milo?» chiese diretta.
Milo si limitò ad arrossire, odiava quando per via del suo carattere timido sembrava una femminuccia, o per lo meno questo era quello che pensava. Teresa strinse la mano ancora più forte come se gliela volesse stritolare e lo fissò più intensamente.
«Allora rispondi?».
«Sì».
«Sì cosa?» disse lei indispettita.
«Sì, la mia risposta è sì» e Milo pronunciò queste ultime parole con la voce che si spegneva nell’imbarazzo.
Teresa rise allegra. Sciolse le sue trecce in modo preciso come un rituale, poi scosse forte la testa e i capelli formarono una ruota intorno al suo capo. Quello che nelle altre sembrava artificioso e costruito, in Teresa era semplice e pulito come bere acqua fresca. Si alzò in piedi e allungò le braccia verso Milo ad indicargli di alzarsi anche lui, ma mentre il ragazzo a ginocchia piegate stava tentando di mettersi in piedi, Teresa gli si avvicinò velocemente e gli stampò un bacio in bocca. Milo ricadde a terra e sbatté forte sul pavimento di legno. Come sempre Teresa l’aveva colto di sorpresa.
«Cosa c’è? Ti ho sconvolto?» chiese lei, le dita a sfiorarsi le labbra. Aveva undici anni, ma in lei c’era già la malizia di una donna.
Milo non sapeva che dire, la bocca era sigillata dopo il bacio di Teresa; doveva essere lui a fare per primo quel passo, ma non riusciva a tenere il ritmo accelerato dell’amica.
«Perché l’hai fatto?», ebbe la forza di chiedere.
«Perché mi andava» sentenziò lei. «E perché mi piaci». Teresa si mise in ginocchio così da potersi trovare alla stessa altezza di lui. Sapeva che era sempre stato invaghito di lei, lo aveva capito da tante piccole cose, ma ora aveva scoperto che anche lei voleva qualcosa di più della semplice amicizia. Era ancora una bambina, eppure sentiva il suo corpo cambiare, crescere e quello che prima era solo un sentimento fraterno aveva preso ad essere una sensazione che le frizzava sotto la pelle.
Milo la guardava rapito, in fondo al suo cuore di adolescente sentiva di amarla.
«Facciamo un patto» la sua stessa voce lo stupì, aveva parlato senza pensare, ma sapeva quello che voleva ora. Prese la mano di Teresa ed estrasse il coltellino svizzero che aveva nella tasca sinistra dei bermuda. Teresa strabuzzò gli occhi un po’ per paura un po’ per l’eccitazione di quello strano momento; Milo non era mai stato così intraprendente, evidentemente il bacio doveva averlo svegliato. Incise con la punta del coltellino l’indice destro di Teresa prestando attenzione a non farle male e fece lo stesso con il suo, poi premette forte le due dita una contro l’altra.
Tutto questo si svolse in assoluto silenzio, era come un rituale a cui solo loro due potevano assistere. Una gocciolina di sangue color cremisi scivolò lungo le dita che combaciavano, Milo la succhiò via e poi si avvicinò a Teresa per baciarla. Questa volta era lui a prendere l’iniziativa. Lei chiuse gli occhi per aspettare con solennità che l’unione delle loro labbra si compisse. Fu un bacio casto e allo stesso tempo intenso, carico di promesse ed affetto.
Quando Milo si staccò da Teresa e si appoggiò con la schiena alla parete, lei aveva già riacquistato la vivacità di sempre.
«Possiamo dirlo agli altri che stiamo insieme?» chiese tutta sorridente.
«No, sarà il nostro segreto» ribatté Milo con decisione. Teresa lo guardò con fare stupito, non era mai stato così sicuro di sé prima d’ora.
«Il nostro segreto...mi piace!» disse stringendogli la mano con dolcezza.
«Promesso?».
«Promesso».

mercoledì 27 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Questa storia ci ricorda il giaggiolo che racconta un MESSAGGIO. Per chi di voi non avesse letto la storia legata all'enula campana, ovvero le lacrime, consiglio di andarla a leggere (QUI) perché le due storie sono collegate.

Buona lettura!

LA BAMBINA

Il respiro era sempre più affannoso, Nina sentiva il petto squassato dalla paura che si era annidata tra le costole. Doveva cercare di raggiungere il libro che aveva lasciato in fondo alla scalinata di legno di noce che congiungeva l’ingresso della casa con le stanze da notte. In preda al terrore lo aveva fatto scivolare di mano mentre correva disperata alla ricerca di un rifugio. I suoi sogni avevano preso ad essere sempre più vividi e la mattina quando si alzava faceva fatica a distinguere quale fosse la vita reale e quale la vita immaginaria. Quando il libro le aveva chiesto di giocare, Nina non aveva neanche lontanamente pensato a quali potessero essere le conseguenze. Non poteva sapere che il libro l’avrebbe trascinata in una sfiancante lotta. Contro chi Nina ancora non lo aveva capito.
Richiuse la porta alle sue spalle e fece scorrere il robusto chiavistello; probabilmente non avrebbe risolto il problema, ma la faceva sentire più sicura. Non aveva intenzione di uscire, il libro avrebbe dovuto attendere. La stanza era piccola e la carta da parati penzolava scolorita dai muri. L’oscurità era opprimente, ma si riuscivano a distinguere le sagome di alcuni oggetti accatastati nell’angolo opposto a dove Nina si trovava. Sebbene le ciglia erano impiastrate d’inchiostro, provò lo stesso a strizzare gli occhi per riuscire a mettere a fuoco. Uno degli oggetti era più grande degli altri, era un cavallo a dondolo malandato.
Strisciando carponi sul pavimento polveroso, Nina raggiunse il vecchio giocattolo. Erano tutti vecchi giocattoli dimenticati. Oltre al cavallo, c’erano bambolotti senza un braccio, un orsacchiotto di peluche con le cuciture rotte che lasciavano fuoriuscire l’imbottitura e una casa delle bambole addossata al muro. Nina toccò il muso consumato del cavallo quasi ad accarezzarlo e scusarsi per lo stato di abbandono in cui era stato lasciato. Era meglio che non l’avesse fatto.
Gli infissi delle finestre presero a sbattere violentemente, sembrava che qualcuno da fuori cercasse di scardinarli per poter entrare; la maniglia della porta iniziò a muoversi come se dall’altra parte uno stesse cercando di aprirla. Nina era completamente paralizzata dal terrore. Non era sicura se ciò che stava vivendo in quel momento era un semplice sogno che alla mattina avrebbe lavato via insieme all’inchiostro sparso per tutta la faccia, non era sicura che quello che trovava scritto tra le pagine del misterioso libro era frutto solo della sua fantasia. Qualcuno ora bussava dietro la porta ed era reale.
Nina si rannicchiò sul pavimento e strinse forte le ginocchia al petto; le dense lacrime nere scendevano a inzupparle i jeans, non pensava che si potesse avere così tanta paura. All’improvviso il frastuono si quietò e lasciò spazio ad un silenzio ancor più sinistro. Nina aveva chiuso gli occhi per cercare di portare se stessa nella dimensione reale, senza successo. Un tenue bagliore iniziò a diffondersi nella stanza, proveniva dalle pareti ammuffite; Nina spalancò gli occhi e si guardò intorno, sui muri stavano apparendo delle scritte. La calligrafia era incerta e traballante come quella di un bambino. Si avvicinò cauta per vedere cosa vi fosse scritto e con le dita sporche d’inchiostro tracciò i contorni delle lettere. Era una richiesta d’aiuto.
Qualcuno era imprigionato in quella casa da troppo tempo ormai e la disperazione che trasudava da quelle parole bruciava sulla pelle. Il messaggio l’aveva colpita per la lineare semplicità, non era un indovinello come quelli attraverso cui si esprimeva il libro, erano solo le tristi parole di una bambina che rivoleva la sua libertà.
Che era una bimba lo aveva capito dalla scrittura e dal nome scarabocchiato in fondo. Lucinda.
Quando l’inchiostro delle sue lacrime si mescolò al bagliore delle parole, esse divennero rosso acceso e illuminarono la stanza di una luce color rubino.
Un urlo riempì l’aria consumata che aleggiava pesante nella camera. Una piccola figura era apparsa da sotto la finestra e ora stava avanzando verso Nina. Era la piccola abitante della casa che ora aveva trovato la forza per manifestarsi. I vestiti erano logori e la gonna aveva l’orlo di pizzo scucito per metà, i capelli biondo polvere le arrivavano sotto il gomito e sembravano non venissero pettinati da anni. Il particolare più inquietante però erano gli occhi, due occhi completamente bianchi che contrastavano con quelli neri come la notte della ragazza. Nina indietreggiò fino a sbattere la schiena contro il muro. Il libro l’aveva trascinata in questo posto maledetto e ora lei aveva evocato lo spirito che lo abitava. Si sentiva in trappola.
La bambina si avvicinò velocemente e senza che Nina potesse muoversi iniziò a premere con le piccole dita contro gli occhi di lei; spingeva con forza e cattiveria schiacciando gli occhi sempre di più, dentro la cavità del cranio. La stava accecando. Nina aprì la bocca per gridare e sputare fuori tutto il suo spavento, ma non ci riuscì e gli occhi feriti presero a riversare copiosamente l’inchiostro che era contenuto nell’iride.
Appena il liquido nero iniziò spandersi sulle mani e sulle braccia della malvagia creatura la sua pelle bianca cominciò a bruciare come fosse arsa da un fuoco interiore; mollò la presa e iniziò a contorcersi come se qualcuno di invisibile la stesse torturando in modo sadico. Nina assisteva allo spettacolo allibita, riusciva ancora a vedere nonostante gli occhi fossero estremamente doloranti e non aveva la forza di reagire né di muovere un singolo muscolo.
Un acuto urlo le ferì le orecchie poi si fece sottile come un sibilo di vento e uno sputo di fumo salì dal corpo della bambina fino a raggiungere le travi marce del tetto.
L’esile figura della bimba divenne improvvisamente grigia e si sfaldò in un mucchio di cenere.
Nina era riuscita a liberarla, finalmente Lucinda poteva riposare in pace, slegata per sempre dal demone che l’aveva posseduta per tanto tempo.
Ormai aveva capito qual era il gioco del libro: liberare dagli incubi le anime irrequiete degli spiriti. Era il libro a guidarla da loro, ma solo Nina e le sue lacrime avrebbero tessuto la storia.
Chi fosse l’entità malvagia contro cui stava combattendo non era ancora chiaro, ma ogni spirito sciolto dalle catene della dannazione la rendeva più forte.
Nina raccolse con entrambe le mani le ceneri di Lucinda e si diresse verso la finestra che si era spalancata durante la lotta contro il demone di prima; si sporse un poco e mise fuori le braccia. I palmi delle mani rivolti verso l’alto permisero al vento di portare via con sé quel che rimaneva della sfortunata bambina.
Nina guardò la cenere librarsi nell’aria.


Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Ecco per voi una pianta che amo molto, la verbena, che porta un significato intenso: PREGA PER ME.


REQUIEM

Il freddo della terra penetra nelle mie ossa stanche, intorno solo un’umidità nera. Quanti anni sono passati da quando sono stato sepolto qui sotto? Ormai fatico a ricordare. Il corpo che un tempo era stato agile e scattante ora è solo brandelli di pelle e nervi non ancora decomposti. Chi mi vedesse adesso stenterebbe a credere che ero un bell’uomo. Sento che la mascella si sta staccando sempre di più dalla mandibola e quella che un tempo era la bocca sembra aperta in una risata sguaiata. Tutti prima o poi faranno questa fine, ma anche se so che è una legge universale, stento a rendermene conto fino in fondo. Accanto a me ci sono altre decine di uomini e donne che stanno nella stessa mia condizione, in fondo non sono da solo, eppure ognuno giace in solitudine nella sua fossa scavata nella torba compatta.
Rimpianti non credo di averne; se non altro ho vissuto la vita al massimo delle mie aspettative e ora che il corpo è riassorbito dalle profondità della terra credo di riuscire a darmi pace per averti lasciata aldilà dei due metri del pastoso terriccio che mi schiaccia il torace, o quello che ne resta.
Ti sento quando arrivi con i tuoi piccoli piedini e ti fermi giusto dove c’è il vaso dove mettere i fiori; spesso penso a quanto ridicola e buffa sia questa cosa, per ricordarmi porti dei fiori e sai che ero allergico ai pollini. Ma oramai il mio naso non prude più, anche perché qui non c’è un naso ma semplicemente una specie di moncone che mi fa assomigliare in maniera direi inquietante a una zucca di Halloween.
Silenzio. Un rumore di tacchetti dispettosi si sta avvicinando, forse sei tu. Ma il cadenzato passo si spegne lungo il viale e la terra rimane quieta. Non verrai oggi?
La ghiaia è smossa da due paia di scarpe che avanzano lente fino alla mia lapide di marmo scuro. Ora sei tu, ne sono sicuro, ma non conosco l’altra persona che ti sta accanto. Questa cosa di non riuscire più a vederti mi infastidisce.
Sento che stai parlando al misterioso accompagnatore e la gelosia attraversa la mia carne inesistente. Parli sussurrando e non riesco a captare le parole che escono fuori dalla bocca ben disegnata. L’uomo resta in silenzio, riesco a percepire la pesantezza del suo corpo appoggiato stabilmente sulla zolla di prato che circonda la mia lapide. Percepisco la fastidiosa sensazione di essere io quello di troppo in questo terzetto mal assortito. Io, il morto.
Gli altri ti diranno sicuramente che devi rifarti la tua vita, che non puoi sprecare il tempo a piangere un cadavere che marcisce nel suolo, che il mio spirito di starà vicino e che quindi mi avrei sempre con te. Vorrei tanto che questi “altri” stessero zitti.
Ora stai parlando un po’ più forte, riesco a cogliere qualche parola tra il fiume che esce a cascata dalle labbra. Sembra una preghiera; sì, è una preghiera ed è solo per me. Rido pensando a com’ero in passato. Non avevo mai capito la tua devozione, il tuo rispetto per un qualcosa di superiore e adesso che sono coperto da strati terra, radici e vermi mi ritrovo ad attendere le tue preghiere, a desiderarle.
L’uomo sta diventando impaziente, pesta i piedi in modo impercettibile per coloro che stanno in superficie, ma per me che sto qua sotto è impossibile non sentire le vibrazioni che si espandono come un sisma nel terreno. È impaziente di andarsene, si sente a disagio e ne sono felice. In questo momento lui è di troppo e se decidesse di aspettarla fuori mi farebbe un gran piacere. Sono morto, ma ci tengo ancora alle mie cose.
Tu continui a parlare imperterrita, sei uguale agli scolari che ti recitano le poesie in classe e che li accusi di farlo senza sentimento. Sei uguale a loro, nelle tue preghiere non c’è più nessun tipo di sentimento. Forse così credi di espletare il tuo compito di moglie devota che non dimentica il marito putrefatto sotto terra.
Mi faccio tristezza da solo; aspetto con ansia e trepidazione le tue preghiere che in realtà si dimostrano gusci vuoti come i bozzoli dischiusi delle farfalle. Sono proprio caduto in basso e se potessi mi sganascerei dalle risate per questa battuta infelice, perché in basso ci sono caduto davvero.
Anche oggi hai cambiato i fiori che stanno nel vaso di marmo a sinistra della lapide. Cosa avrai messo? Crisantemi bianchi e gialli? Sai che per gli asiatici sono simbolo di vita e bellezza, te lo avevo raccontato anni fa, ma la vera motivazione credo sia quella economica, costano poco.
Per te non valgo neanche un fiore costoso, ma hai ragione, perché non occorre spendere se poi bisogna vederli marcire.
Un rumore strano proviene dal tuo fragile corpicino, singhiozzi scanditi dalle parole della preghiera. Stai piangendo per me; era tanto tempo che non sentivo piangere per le mie povere ossa. Continui a recitare la tua litania senza senso, ma le lacrime ti stanno vincendo e non riesci più a parlare. La bocca ti si riempie di saliva e delle gocce di liquido salato che sono venute giù dagli occhi. Non mi aspettavo questa tua disperazione improvvisa e non riesco a capirne il motivo.
Ecco, finalmente ci sono arrivato. Oggi sono tre anni che sto qui tra la torba scura, il tempo passa lento quando non hai niente da fare e avevo perso il conto.
Sento tra i singulti il tuo Amen sbiascicato; ora te ne andrai.
Le tue lacrime la preghiera più bella.

martedì 26 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Nella giornata di oggi e per i prossimi due giorni ci saranno due racconti al giorno per ovviare alla pausa delle festività. :)

Allora, ecco a voi il primo di oggi, l'alisso, fiore dolce e delicato come il VALORE AL DI LA' DELLA BELLEZZA.

LA REGINA DELLE ORCHIDEE

Sara, occhi piccoli e naso aquilino. Sara, novantasei chili su un metro e settanta di altezza. Sara, la brutta. Sara.
Era sempre stato difficile essere Sara o, per lo meno, era sempre stato difficile essere nel corpo di Sara. Fin da piccina era stata fuori dalle misure, in tutti i sensi. Quando gli altri bambini giocavano spensierati nel parco, correndo giù per lo scivolo e oscillando sempre più veloci sulle altalene, Sara stava in un angolo a guardare. Aveva provato un giorno a scivolare anche lei lungo la lingua di metallo, ma le cosce grassocce entravano a fatica nel piccolo scivolo e si era dovuta spingere con le mani per poter arrivare in fondo. Tutti i bambini che si erano radunati intorno per vedere erano scoppiati una fragorosa risata quando Sara si era allontanata correndo goffamente in preda alla vergogna.
A scuola non andava meglio. In classe veniva derisa dai ragazzini più sbruffoni e quelli che in un primo momento le parlavano o passavano il tempo della ricreazione con lei si erano a poco a poco allontanati per paura di diventare  prossimi bersagli di scherzi e battutacce.
Sara allora si chiudeva in camera a piangere per interi pomeriggi e nelle pause tra un singhiozzo e un altro si riempiva la bocca di cioccolata e caramelle. Voleva diventare ancora più brutta.
Crescendo il suo fisico non era migliorato, anzi. La ciccia morbida che avvolgeva il suo corpo cresceva insieme a lei e Sara aveva preso a vivere come una reclusa. La madre continuava a trattarla come fosse una bimba di due o tre anni e Sara odiava quando la chiamava in modo stucchevole “principessina”. Il suo nome in ebraico significava veramente “principessa”, ma in lei non c’era niente di regale e quel diminutivo poi, per un corpo che si avvicinava al quintale, era un affronto.
Col passare del tempo prese a non mettere più il naso fuori casa neanche per raccogliere le erbe aromatiche che crescevano in giardino; fare i gradini che dalla veranda conducevano al fazzoletto di terra diventava ogni girono più faticoso. L’unica cosa che riusciva a fare senza il minimo sforzo era prendersi cura delle sue orchidee.
In una stanza al primo piano della sua casa, Sara aveva creato una specie di serra; c’erano orchidee di tutti i tipi e di tutte le forme. Le sue preferite erano le Phalaenopsis e Dendrobium. Amava i loro petali carnosi e i fiori che sembravano pendere pesanti dal lungo stelo; la loro delicatezza le ricordava quando potesse essere fragile una vita anche nella sua più sfolgorante veste.
Nelle orchidee Sara concentrava la tristezza per un corpo che non voleva e l’armoniosità delle piante le sfiorava la pelle quasi fossero carezze proibite; quel piccolo angolo che si era ricavata le serviva per andare avanti, per pensare che la vita non poteva poi fare così schifo dal momento che era anche capace di creare simili bellezze. Il problema era che la bellezza non aveva niente a che fare con Sara. Almeno questo era quello che credeva fermamente.
Per le sue orchidee non andava mai di persona dal vivaista che si trovava nei pressi della sua cittadina, ma ordinava ciò che le serviva per telefono, poi un ragazzo le consegnava tutto scaricandolo davanti il portone di casa e Sara lentamente portava le cose dentro la sua stanza-serra.
Il ragazzo delle consegne non chiedeva mai perché la misteriosa acquirente non si facesse vedere, ma rispettava in modo preciso e puntuale le indicazioni che gli erano state impartite.
Sara lo osservava nascosta dietro la finestra e si assicurava di sentire il borbottio del furgone spegnarsi dietro la curva prima di schiavare il portone di casa.
Un giorno, però, il ragazzo mancò all’appuntamento. Al suo posto arrivò un tizio sulla cinquantina che con fare decisamente sgraziato si attaccò al campanello del citofono per comunicare che aveva fretta e non poteva perdere tempo a scaricare tutto da solo. A Sara vennero le lacrime agli occhi per la rabbia, non sarebbe uscita ad aiutarlo, non sarebbe uscita punto e basta. Allora l’uomo in preda alla collera scaraventò a terra i pacchi che aveva tra le braccia e sbatté i vari sacchetti di terra per orchidee contro la porta. Fatto questo se ne andò, sgommando con il furgone. Quando Sara aprì il portone, lo spettacolo che si ritrovò davanti non era dei migliori. Tre dei sette vasi che aveva ordinato per travasare le piante si erano scheggiati e, soprattutto, la terra di due sacchetti era fuoriuscita sul pavimento spargendosi scura e umida.
Non si preoccupò neanche di pulire tanta era l’arrabbiatura che aveva in corpo e si diresse con passi tonanti verso il mobiletto dove era appoggiato il telefono.
Stette più di mezz’ora a lamentarsi con la segretaria del vivaio, a volte urlando a volte cercando di riacquistare il controllo di sé. Si era sentita umiliata, il tizio che aveva consegnato sapeva qual era il motivo per cui Sara non si faceva vedere e nell’andarsene l’aveva apostrofata con un “maledetta lurida grassona”.
Nel fiume di parole che aveva scaraventato contro l’ignara donna al di là della cornetta, aveva chiesto anche il perché dell’assenza di quel ragazzo tanto a modo che le aveva portato la roba fino a qualche settimana prima. Si era sentita rispondere che aveva avuto un incidente, proprio mentre lavorava, e ora si trovava in ospedale nella speranza di guarire completamente.
Sara aveva avuto un sussulto al cuore sentendo la notizia; quel ragazzo non meritava quelle sofferenze e l’istinto fu di cercare un modo per rendergli la permanenza in ospedale il meno dura possibile.
Ma cosa aveva da offrirgli? Sara non sapeva quali potevano essere le abitudini di un ragazzo della sua età; Sara non sapeva quali potevano essere le abitudini di nessuno dal momento con usciva più di casa da anni. Si sedette sulla robusta poltrona a pensare quale fosse la cosa migliore e dopo un’ora e un quarto giunse alla conclusione più naturale e ovvia. Un’orchidea.
Sicuramente poteva non essere un passatempo divertente, ma di certo avrebbe portato un po’ di colore nel grigio verde delle pareti dell’ospedale. Scelse la più bella che aveva, quella dai fiori viola intenso con striature di bianco. Ma ora il problema era come fargliela recapitare. Pensò molto anche a questo e alla fine si decise per la cosa che mai e poi mai avrebbe pensato di fare. Gliela avrebbe portata lei stessa. Quel ragazzo se lo meritava, glielo doveva.
Prima di uscire di casa si guardò allo specchio, con l’orchidea in mano nessuno l’avrebbe notata. La bellezza della pianta attirava a sé tutti gli sguardi e con questo scudo protettivo si incamminò verso l’ospedale.
Quando arrivò davanti alla camera del ragazzo, dovette fermarsi un attimo; il respiro era affannoso per via dell’ultima rampa di scale che era stata costretta a salire. Inspirò profondamente, bussò con delicatezza e poi entrò. Il ragazzo stava disteso nel letto, le gambe ingessate e tenute sollevate per far circolare il sangue, la faccia piena di lividi e gonfia. Sara provò un’enorme pena. Appoggiò la pianta sul tavolinetto addossato al muro e si schiarì la voce per parlare, ma il giovane la precedette.
«Lei è la signora delle orchidee...grazie» disse con un filo di voce. «Non sa cosa darei per vedere le sue piante, ma avevo troppo paura per chiederglielo».
Gli occhi di Sara sorrisero. «Quando vuoi, basta che suoni il campanello. Io sono sempre a casa».
In quell’attimo il suo animo si alleggerì di tutto il peso accumulato negli anni di solitudine. C’era ancora chi sapeva andare oltre le apparenze.

venerdì 22 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Il fiore di oggi è l'enula campana e ci parla delle LACRIME.


IRIDE D'INCHIOSTRO


Il libro che aveva in mano Nina non era un libro che si poteva trovare sugli scaffali di una libreria e nemmeno su quelli di una biblioteca; era un grosso tomo con la copertina in cuoio lavorato e due robuste bandelle ne permettevano la chiusura. All’interno le pagine erano formate da carta sottilissima, quasi trasparente, ma al tatto sembravano fatte di pergamena spessa. Nina aveva ricevuto il libro per il suo diciottesimo compleanno da parte di un ammiratore misterioso che si era firmato semplicemente “Biblos”. Aveva trovato il libro la mattina sul comodino e nessuno in casa era riuscito a capire come poteva esserci arrivato. Quando Nina lo aprì per la prima volta si trovò davanti solo pagine bianche, eccetto quella iniziale dove con una calligrafia d’altri tempi era riportato una specie di indovinello:

La pagina candida incider potrai,
se d’iride inchiostro usar tu saprai.

Nina non aveva capito a cosa si potesse riferire quell’indovinello e stanca di cercare la soluzione aveva accantonato il libro dietro pile di testi scolastici. Continuò a vivere la sua vita in modo spensierato, dimenticandosi completamente dello strano regalo. Le uscite al cinema con le amiche, il telefilm con l’attore che le piaceva tanto, atletica tre volta la settimana e poi la prima vera sbandata per un ragazzo. Si chiamava Michele, ma tutti lo chiamavano Mik; frequentava l’ultimo anno della sua stessa scuola e lo vedeva ogni giorno entrare nella classe accanto alla sua. Era già stata innamorata altre volte, ma il sentimento che provava per lui era diecimila volte più grande. In un certo senso il grado di innamoramento era cresciuto con l’aumentare degli anni. Nina non aveva il coraggio di andare a parlargli e tutti santi giorni era costretta a vedere sempre la stessa scena: Michele che portava a casa la ragazza di turno, sbaciucchiandosi in continuazione. Era uno strazio.
Il nervosismo che le metteva addosso quella scena Nina lo scaricava correndo per la città; correva a più non posso lungo gli argini del fiume, attraversando i ponti e pestando ritmicamente sugli insidiosi sampietrini delle vie del centro. Quando arrivava a casa era sfinita, faceva giusto in tempo a farsi la doccia e mangiare un boccone, poi crollava miseramente a letto.
Dopo l’arrivo del libro, però, il suo sonno aveva preso ad essere agitato e spesso sognava cose strane e angosciose che la facevano rigirare nel letto. Una sera le era capitato di sognare Michele e la sofferenza che le aveva procurato quel sogno aveva rigato il suo volto di lacrime dolorose.
Ma alla mattina il risveglio fu ancora più angosciante.
Appena alzata dal letto non aveva fatto caso al cuscino inzuppato di lacrime e si era diretta subito in bagno per potersi lavare via dalla faccia la tristezza depositata durante la notte.
Strabuzzò gli occhi credendo che stesse ancora sognando. Due righe nere e spesse mezzo centimetro partivano dagli occhi per scenderle fin sotto il mento. Non ricordava se si fosse struccata la sera precedente, pensò che il pianto notturno e il kajal avessero compiuto il misfatto. Si insaponò la faccia e una volta pulita torno in camera a vestirsi.
Il cuscino era completamente inzuppato di uno strano liquido nero. La paura impallidì il volto di Nina che appoggiò rumorosamente la schiena contro l’armadio. Cosa c’era di strano in lei, cosa le stava succedendo?
Tirò via la federa dal cuscino e nascose quest’ultimo dentro l’armadio; sua madre non doveva scoprire cosa era successo sennò sarebbe andata nel panico.
Andò a scuola frastornata, ma decisa ad accantonare quella strana faccenda almeno fino a sera. Una volta tornata a casa, però, l’ansia per quello che le era accaduto cominciò a farsi sentire di nuovo. Si sforzò di andare a dormire e cercò di svuotare la mente da tutti i pensieri della giornata, voleva un sonno senza sogni. Si assicurò di lavarsi la faccia per bene e poi si infilò sotto le coperte. Nell’istante in cui chiuse gli occhi un vortice nero la risucchiò in quello che sembrava un abisso sconosciuto e freddo. Nina si strinse le braccia intorno le spalle per cercare di darsi calore da sola, ma il freddo sottile non veniva da fuori, veniva da dentro.
Un singhiozzo salì su per la gola e la paura esplose inaspettata; Nina iniziò a piangere in modo convulso e disperato, si sentiva spaesata. Quando ormai credeva di non trovare più la via per uscire da quel labirinto intrigato in cui era caduta, ecco una luce fioca e verdastra apparire in lontananza. Il debole barlume era sprigionato da un oggetto che le sembrava familiare e più si avvicinava più riusciva a percepirne i contorni. Era il libro, lo strano libro che le era stato regalato per il suo diciottesimo compleanno.
Lo afferrò con forza e lo tenne saldamente nelle sue mani, era il suo unico appiglio in quell’oscurità sconosciuta. Riprese a piangere, ma sta volta fu diverso. Le lacrime che scendevano giù copiose caddero sulle pagine bianche. Il libro ebbe un sussulto e improvvisamente prese ad animarsi, sul foglio vuoto dove la lacrima era caduta silenziosa delle parole iniziarono ad apparire. Nina si avvicinò il libro per vedere meglio e rimase colpita da ciò che vi era scritto. Era una storia, la sua storia; Nina, la ragazza le cui lacrime erano uguali a parole inespresse. Più leggeva più si riscopriva in quello che il libro aveva scritto per lei. Con il dorso di una mano si asciugò il volto. Una macchia di nero le si era impressa sulla pelle: era inchiostro.
Si svegliò di soprassalto, il sonno agitato l’aveva fatta rotolare giù dal letto e aveva sbattuto la testa sul pavimento di parquet. Cercò alla cieca l’interruttore della luce e quando la stanza si illuminò Nina guardò la sua immagine riflessa nello specchio sopra al piccolo tavolino della toletta. Stava piangendo inchiostro.
Si precipitò verso l’angolo della camera dove teneva tutti quanti i suoi libri, scansò i manuali di scuola, i raccoglitori degli appunti e alla fine trovò quello che stava cercando. Il libro era lì con la sua maestosa copertina e sembrava incurante di quello che gli stava accadendo intorno. Nina lo prese con mani tremanti e slacciò le bandelle. Le sue pagine non erano più bianche; sottili righe vergavano i fogli e la storia che vi era impressa era la stessa del sogno di prima.
Nina fece cadere il libro a terra spaventata. Com’era possibile?
Si diede un pizzicotto per assicurarsi di essere sveglia e il dolore che provò all’istante gliene diede la prova. Riprese il libro tra le mani decisa ad andare fino in fondo a quel mistero.
Improvvisamente tra le pagine del libro apparve una scritta prima sfuocata poi sempre più nitida.

Con lacrime nere tu tingi il mio foglio
e narrar io vorrei le tue storie preziose.
Dove mi condurrà domani il tuo pianto?
Scopriamolo insieme, cara Iride d’inchiostro.

Il libro le stava chiedendo di giocare e Nina avrebbe giocato. 

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