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venerdì 20 gennaio 2012

Le Café des écrivants


Questo racconto vegetava già da un po' di tempo nella memoria del mio PC e oggi ho deciso di condividerlo con voi. Fatemi sapere cosa ne pensate, liberissimi di dire anche "fa schifo". Dalle critiche uno po' solo migliorare.





Sigillum


Con la lama affilata del coltello incise una delle assi di legno che coprivano il pavimento. La meticolosità con cui si muoveva presagiva la freddezza che avrebbe usato per aprire in due il mio braccio. Il cuore accelerò i battiti, il puzzo acre della decomposizione permeava la stanza. Alle pareti erano appesi resti di creature morte, alcuni erano in uno stato di putrefazione così avanzato che difficilmente si riusciva a distinguere cos’erano stati da vivi.

Cercai di divincolarmi ma le corde che stringevano il mio corpo incollandolo alla sedia erano talmente tirate che sentii la pelle lacerarsi a contatto con la ruvida canapa.

Ero in trappola, senza via di fuga.

Il respiro affannoso era soffocato dalla camicia di flanella con cui mi aveva avvolto la parte inferiore del viso, l’odore di sudore che emanava era nauseante. Un lamento riuscì debolmente a superare lo spesso tessuto e a riecheggiare nella stanza per il resto silenziosa.

Improvvisamente un brusco movimento piegò la mia testa di quasi novanta gradi all’indietro, sentivo ogni capello tirato verso il pavimento da una mano grande e nervosa. La rabbia di quel gesto esprimeva tutta la violenza di quell’essere brutale.

Chiusi gli occhi per il dolore e la paura, ma lui mi costrinse ad aprirli con le sue dita tozze e ruvide. Con gesto sicuro allontanava la pelle delle palpebre dal bulbo oculare. Lo assecondai, se non l’avessi fatto mi avrebbe di sicuro strappato la sfera vitrea che si nascondeva sotto quella fragile protezione.

Incombeva sopra di me, percepivo la presenza muscolosa del suo corpo, il suo membro premeva contro la mia testa. Erano i suoi occhi, però, ad attirare l’attenzione. Erano gialli, il demone gli era entrato sotto pelle.

La bramosia che si accendeva nel suo sguardo mentre violentava il mio corpo con quegli occhi famelici mostrava chiaramente che Lilith era padrona delle sue azioni. Il demone che si muoveva nelle sue viscere era un Iamaliel, un Osceno.

Con velocità innaturale spinse la mia testa in avanti, il mento andò a sbattere contro il petto e i denti si chiusero con uno scatto secco procurando un taglio profondo sulla lingua che prese a sanguinare copiosamente. Il sapore dolciastro e metallico del sangue mi riempì la bocca.

Guardai il sigillo disegnato con tratti precisi e definiti sulle assi di legno che si trovavano sotto ai miei piedi. Era un disegno antico, che ormai in pochi conoscevano. La potenza di quei tratti arzigogolati era qualcosa che si perdeva nella notte dei tempi. Finché quel sigillo rimaneva impresso sul pavimento non potevo far nulla per salvarmi. Provai a far scivolare su e giù il piede nel tentativo di cancellare una parte del bordo e diminuire così l’effetto del simbolo, ma schegge di legno perforarono la mia carne procurandomi un acuto dolore.

Appena l’uomo notò cosa stavo cercando di fare con uno scatto felino mi fu addosso e si mise a sedere a cavalcioni sulle mie gambe, lo sguardo sempre più intenso. 

Afferrò il mio braccio con una presa decisa, slegò le corde che lo incatenavano al bracciolo della sedia e con ferocia lo sbatté sopra il tavolo sgangherato e lercio che giaceva alla mia sinistra.

Un povero cacciatore, ecco cosa era stato questo essere umano prima che il demone entrasse in lui. La solitudine aveva attanagliato il suo debole cuore e aveva aperto un varco per tutti i demoni che avessero voluto utilizzare il suo corpo. La rabbia repressa e la distorta bramosia sessuale che l’avevano caratterizzato da uomo ora erano al servizio della potente Lilith.

Un ghigno si dipinse sul suo volto, afferrò il manico consumato del coltello da cucina che aveva appoggiato per terra e spinse la punta sul mio braccio. Una goccia di sangue fuoriuscì e scese come un rivolo fino alla superficie di legno scurito per via dello sporco. La vista della densa sostanza color cremisi acuì il suo desiderio e con fare febbricitante guidò il coltello dal gomito verso il polso.

Un urlo straziante avvolse la stanza. Era la mia voce stridula e innaturale che spezzava l’oscura quiete di quel posto. Lacrime copiose scesero dai miei occhi e andarono ad inzuppare la camicia che mi faceva da bavaglio. Tutto questo lo eccitò ancor di più, il demone dentro di lui urlò la sua vittoria e costrinse quell’ammasso di muscoli e ossa a dirigere il volto verso il lago di sangue che si stava velocemente spandendo intorno al mio braccio. Con la lingua leccò avidamente il liquido che fuoriusciva dalle vene pulsanti.

Un brivido di piacere lo scosse e gli fece inarcare la schiena. Strappò la camicia graffiandomi con le unghie luride, premette la sua bocca lorda di sangue contro la mia e si fece strada con la lingua. In quel momento cominciai a tremare, sempre più forte, in modo convulso, fino a smuove anche il corpo che giaceva sopra di me. L’intera stanza sembrò scossa da un terremoto, i cassetti della credenza si rovesciarono a terra, il bicchiere appoggiato sopra il lavabo piombò sul pavimento infrangendosi in mille pezzi.

La voce metallica dello Iamaliel risuonò sinistra: «Per te è finita, Raguel. Hai insudiciato la tua anima con la mia. La tua essenza è corrotta ora». La risata di Lilith deflagrò come un’esplosione, ferendomi le orecchie. «Finalmente mi appartieni, Raguel».

Un fumo nero uscì dalla bocca e dal naso dell’uomo alzandosi verso l’alto e scomparendo tra le travi del soffitto. Il corpo senza vita del cacciatore si accasciò come un sacco vuoto e cadde a terra con un tonfo secco. Il sigillo non aveva più potere su di me dal momento che Lilith l’aveva rotto, ma ormai ero perduto.

Mi misi in piedi barcollando dopo essermi slegato, polsi e caviglie erano feriti dalle corde. Mi diressi verso la porta e a fatica riuscii a girare la maniglia. Una raffica di velo gelido investì il mio corpo fiacco e mi spinse all’indietro facendomi cadere.

Quelle che un tempo erano state candide, ora giacevano rattrappite e sporche sotto il mio peso. Le mie ali.

venerdì 30 dicembre 2011

Le Café des écrivants


Il momento è arrivato, finalmente Le Café des écrivants si trasforma nel mio angolo di scrittura personale. Come vi avevo detto ieri, in questo spazio verranno raccolti i miei racconti e le storie che avrò il piacere di condividere con voi.

Per inaugurare il nuovo indirizzo preso dalla rubrica vi presento un racconto che sarà diviso in più puntate (tranquilli :D non diventa un romanzo strada facendo). Cercherò di postare le varie puntate in cui il racconto verrà diviso senza far passare troppo tempo l'una dall'altra, diciamo massimo una settimana (salvo imprevisti). So che in molti non amano le cose spezzettate, ma perdonatemi la storia non poteva essere accorciata altrimenti.

Ora vi lascio alla lettura, sperando sia di vostro gradimento.


Polvere di ferro


   La carrozza si arrestò a una decina di metri dalla bottega del fabbro dopo aver sbandato sulla strada sconnessa per circa sette chilometri. Uno dei quattro cavalli di Sua Signoria si era azzoppato e il cocchiere aveva cercato di rimediare al danno conducendo il veicolo dal più vicino maniscalco. Il povero signor Quinny, seduto a cassetta, aveva pregato il buon Dio che il pranzo dai Lansbury fosse stato piacevole, molto piacevole, e il conte mezzo assopito dal troppo mangiar e dalle abbondanti annaffiate di vino e di Porto non si fosse reso conto quasi di nulla. Il carattere poco mansueto di Lord Primmington era famoso in tutta la contea e la sua propensione a prendersela con la servitù era costata al signor Quinny numerose lavate di capo, per usare un eufemismo.
   La fortuna lo aveva assistito facendo azzoppare il cavallo non lontanissimo da Shirleton, dove risiedeva la bottega del rude quanto capace maniscalco Freddie Occhiopinto Litton. Il suo soprannome se l’era guadagnato da ragazzo, quando non c’era sera che non si azzuffava nella locanda del paese, pestandosi con gli altri bulletti e riportando quasi sempre un bell’occhio nero violaceo, un occhiopinto quindi, a testimonianza della battaglia avuta. Con il tempo Freddie aveva stemperato gli spiriti, ma il soprannome era rimasto e come se fosse un marchio di famiglia, l’irrequietezza era passata a suo figlio Russell.
  Il giovane sedeva sui gradini di legno che conducevano alla porta d’ingresso della bottega. Aveva una camicia di flanella rossa e verde le cui maniche gli arrivavano a malapena ai gomiti e nonostante l’aria frizzante aveva la fronte imperlata di sudore. Era tutto intento a raschiare con un coltellino la melma che si era appiccicata sul fondo degli stivali. Erano stati giorni di grandi piogge, che avrebbero preparato il terreno alla primavera ormai vicina, la rinascita che i contadini di Shirleton aspettavano come un miracolo dopo il lungo inverno di magra.
   Una manina paffuta tentò di scostare la tenda di pizzo macramè finemente lavorata che copriva la finestra della carrozza. Qualcuno glielo impedì con un secco movimento della mano, una mano guantata e sottile di nobildonna. Seguì un soffocato tramestio di voci e l’immancabile lamentela del bambino curioso.
   I movimenti e i suoni provenienti dalla carrozza attirarono l’attenzione di Russell che sollevò la testa quanto bastava a scorgere la finestra del veicolo da sotto la frangia di capelli biondi. Sapeva che osservare in modo sfrontato non era buona educazione, glielo ripeteva sempre sua madre prima di morire di pertosse e accompagnava l’avvertimento con dolorosi scapaccioni.
   «Vieni qua buono a nulla!» tuonò la voce baritonale di Freddie Occhiopinto. Russell schizzò in piedi neanche fosse uno di quei giocattoli a molla e a passo lesto si avvicinò al padre. Il cavallo di Sua Signoria doveva essere di nuovo imbrigliato e attaccato al tiro a quattro e quello era compito suo; contrariamente a come si comportava con le persone, Russell con i cavalli sembrava avere il tocco magico. Accarezzò dolcemente il muso della bestia e lo condusse al suo posto senza che questo scalciasse o nitrisse indispettito. Cosa sussurrasse all’orecchio di quelle bestie il padre non avrebbe saputo dirlo, l’unica cosa che sapeva e che gli importava era che con i cavalli Russell ci sapeva fare e per essere un buon maniscalco questo era tutto.
   Il ragazzo amava la squisita eleganza dei cavalli, ma quella fiera bellezza gli ricordava quanto era misera la sua condizione. Relegato a vivere con un padre arcigno e dispotico, in un paesino dove tutti sapevano tutto, Russell sognava di conoscere qualcosa al di là degli steccati e dei recinti per pecore di Shirleton. Gli sarebbe piaciuto diventare un politico oppure un commerciante di cavalli, ma c’era un ostacolo da sormontare: Russell era analfabeta, aveva imparato a malapena a scrivere il suo nome. Tempo o soldi per la scuola non c’erano e ancora gli rimbombavano in mente le accuse del padre quando lo aveva scoperto a tracciare segni con un legnetto carbonizzato sulla carta sudicia rubata al macellaio. Freddie era diventato paonazzo in volto tanta era la rabbia di vedere il figlio in quella che, a suo parere, era un’insulsa occupazione. «Non ci si sfama con le parole, non ti riempiono la pancia. È con il ferro che mangi, mettitelo bene in testa, razza di screanzato!» gli aveva urlato e strappatogli il foglio di mano glielo aveva infilato a forza in bocca. Da quel giorno Russell non aveva provato più a scrivere.
   Una volta agganciato il cavallo, il tiro a quattro era di nuovo pronto per avviarsi sulla strada verso Primmington Manor. Il signor Quinny salì a cassetta e impugnate briglie e frustino incitò sonoramente i cavalli. Le bestie iniziarono subito a muoversi trainando la carrozza verso destra, mentre il signor Quinny cercava di evitare le grandi pozzanghere di acqua sporca che si erano formate sul piazzale antistante la bottega. Se una ruota fosse finita dentro una di quelle pozzanghere, l’acqua sarebbe schizzata fino a bagnare i finestrini della carrozza, indispettendo non poco Sua Signoria.
   In piedi in mezzo allo spiazzo, Russell osservava con una certa invidia la carrozza laccata di nero lucente. Il lusso che emanava era abbagliante, quasi fastidioso. Si guardò gli stivali logori e ancora sporchi di fango, la sua vita non aveva nemmeno una scintilla del bagliore che aveva visto riflesso sulla carrozza. Amareggiato tornò sui suoi passi, si sedette di nuovo sui gradini e riprese a scrostare gli stivali. Cazzo, pensò, almeno quel fottuto bastardo di Jimmy Cox riesce a sgraffignare un po’ di tabacco facendo gli occhi dolci a quella mezza scopa della figlia del droghiere. Non riuscirei mai a farla fina a quella brutta strega, dovessi morire di fame.
   La carrozza avanzava lentamente per arrecare meno fastidio possibile a coloro che stavano nell’abitacolo. L’ondoso oscillare della vettura aveva trascinato nuovamente Lord Primmington nel sonno e ora ronfava in modo poco signorile appoggiando la testa scompostamente. Il piccolo Arthur, infagottato nel lungo cappotto marrone, aveva preso a cincischiare il berretto di lana che aveva indossato fino a quel momento ormai deciso a sconfiggere la noia con ogni mezzo. L’unica seduta con la schiena dritta come un fuso era Annabelle, intenta a lisciare le invisibili pieghe della coperta tartan che aveva appoggiata sopra le gambe. Cercava di mantenere il contegno da giovane nobile qual era, eppure le dita dentro i guanti di pelle sembravano formicolare. Sebbene prima aveva bloccato la mano di Arthur, ora non riuscì a fermare la sua e con un movimento rapido scostò la tenda che impediva la visuale dalla finestrella. Si erano allontanati dalla bottega del maniscalco, ma non tanto da impedirle di scorgere in lontananza il giovane che aveva ferrato il cavallo. Non riusciva a vederne bene i lineamenti, le uniche cose che risultavano chiare anche da quella distanza erano i capelli biondi scompigliati e la magrezza del corpo seppur nascosta sotto la camicia lisa. Tutto sommato non sembrava di aspetto sgradevole, magari un po’ rozzo, ma ci si poteva lavorare.
   Se per salvare Primmington Manor suo padre il Lord aveva deciso di darla in sposa al vecchio bavoso Lord Kingsley, famoso per i suoi dubbi gusti ma dalle grandi ricchezze, Annabelle aveva deciso di ripagare lo sgarbo con la stessa moneta. Una tresca con un giovane del posto, lo scandalo che ne poteva seguire se fosse stato scoperto avrebbe spinto suo padre a mostrarsi più accondiscendente e a cercare un altro partito più appetibile. Al giovane del posto sarebbe fruttata una certa sommetta da spendere all’osteria del paese o magari in qualche bordello in città perché di certo non avrebbe avuto il corpo di Annabelle, non l’avrebbe sfiorata nemmeno con la punta di quelle luride dita.
   «Sorella, che fai?» la voce di Arthur la distolse dai suoi macchinosi progetti.
  «Nulla» rispose secca Annabelle.
  «Tu stavi sbirciando, ammettilo! Eri curiosa di vedere il figlio del maniscalco» proseguì il piccolo.   
 «Anche se fosse, non sono affari tuoi, piccola peste» rimbrottò la giovane mentre un sorriso sornione le si allargava sulle labbra.
   Il gioco era appena iniziato.



Fine prima parte

giovedì 29 dicembre 2011

Le café des écrivants

Le Café des écrivains


Questa povera e trascurata rubrica ha deciso di ribellarsi. Dopo mesi e mesi di silenzio ha deciso di bussare alle porte della mia coscienza per una resa dei conti.
Semplice, o le davo un utilizzo o se ne sarebbe andata in un altro blog che l'avrebbe trattata meglio!
Allora, per ricucire il nostro rapporto, la mia mente ha deciso di partorire un'idea un po' folle.
Dovete sapere che sono una collezionatrice instancabile di sogni nel cassetto e tra i sogni accatastati qua e là c'è anche quello di scrivere (magari un romanzo).
Allora ho proposto alla rubrica un affare che non poteva rifiutare: ospitare le mie creazioni!
Essendo vanitosa e scaltra la rubrica ha ben pensato che se mi offriva questa possibilità magari avrebbe conosciuto una giovane scrittrice in erba che un giorno sarebbe diventata famosa (l'ho già detto che la rubrica è vanitosa?). In poche parole ha accettato.
In questo spazio, quindi, pubblicherò i miei racconti, le storie che verranno fuori dalla mia mente e dalla mia penna.
Per me sarà una specie di banco di prova, scrivere è un po' come mettersi a nudo e qui avrete la possibilità di vedere qualche pezzettino in più di Giulie, nel frattempo potrete darmi consigli, critiche e opinioni così che io possa migliorarmi e magari conquistare un po' del mio sogno.
Ora vi lascio e vado ad intingere la mia penna nell'inchiostro.
A presto, al prossimo racconto.

Giulie

sabato 8 ottobre 2011

Le Café des écrivants


Le Café des


écrivains


Era da tempo che dicevo di far risorgere questa rubrica, ma nel farla rinascere vorrei cambiarle, se così si può dire, destinazione d'uso.
Come un vero e proprio Café des écrivains, un caffè degli scrittori, mi piacerebbe che questo diventasse uno spazio per interagire, scambiarci idee e pareri sui libri, magari proposte di lettura e molto altro. Mi piaceva l'idea di avere uno luogo, anche se telematico, per condividere con voi la nostra passione.
Un mare di idee mi sono frullate in testa e alla fine ho pensato che sarebbe bello poter creare un gruppo di lettura. I libri che verranno scelti volta volta li decideremo tutti insieme, prima si accoglieranno le varie proposte e poi si metterà ai voti, una volta deciso il libro stabiliremo il calendario di lettura (ovviamente con tempi distesi per permettere un po' a tutti di partecipare) e poi tappa dopo tappa commenteremo e ci scambieremo le nostre opinioni al riguardo.
Che ne dite?
E siccome il criceto che azione il mio cervello non vuol smettere di girare in modo vorticoso, ecco per voi un'ulteriore proposta...
So che questo è un blog di libri, ma spesso dai libri vengono tratti dei film, allora che ne pensate se questo spazio venga utilizzato anche per delle visioni "all together" di film tratti da libri (ma se volete anche film slegati da questo discorso)? Anche in questo caso si potrebbe decidere che film vedere, scegliendo con lo stesso procedimento utilizzato per i libri, e poi decidere un giorno in cui commentare dopo che ognuno ha avuto un margine di tempo per potersi guardare il film.
Ora non mi resta che aspettare i vostri pareri e le vostre proposte, ovviamente si accettano i consigli!!!

venerdì 11 febbraio 2011

Le Café des écrivains - VI -



Le Café des


écrivains


 

Oggi vi voglio parlare di un libro che ha segnato la mia infanzia e non solo. Si tratta di un romanzo che spesso viene visto come lettura per ragazzi, ma alla pari di tanti altri libri che vanno a finire sotto questa categoria io credo che esso presenti più letture e ad ogni livello di profondità ha qualcosa di nuovo da donarti. Sto parlando di Piccole donne di Louisa May Alcott. 
Questo libro è capitato per la prima volta tra le mie mani quando avrò avuto sennò nove o dieci anni; è stato uno dei tanti regali di Natale che mi ha fatto mia zia, appassionata di libri quanto me. Appena l'ho iniziato a leggere, c'è stato un qualcosa di magico. Fin da subito ho iniziato ad amare i suoi personaggi e come essi interagivano tra loro. Mia zia ci aveva visto lungo e, conoscendo la mia velocità di lettura, aveva pensato bene di regalarmi anche il secondo libro della storia, Piccole donne crescono. 
Avventurarmi nel mondo delle sorelle March, però, fu un piacere tutto mio e più andavo avanti con la lettura maggiore era il coinvolgimento. 
Non sto a riportarvi la trama, se volete darvi una rinfrescata potrete trovarla qui, ma vado subito a parlare di questo bellissimo romanzo. 
Louisa May Alcott headshot.jpg
Louisa May Alcott
La storia di queste quattro sorelle ricalca molto la reale storia della famiglia della scrittrice, gli Alcott, e non è un caso che nella finzione le avventure della secondogenita, ovvero Jo, conbacino abbastanza il percorso di vita compiuto da Louisa May, anch'essa secondogenita della famiglia Alcott. 
Forse, quello che non tutti sanno è che questa famiglia del Massachusetts aveva come amici  alcuni tra i più grandi pensatori americani di quel periodo con figure del calibro di Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Margaret Fuller, Nathaniel Hawthorne, che si impegnarono nel dare un'educazione scolastica anche alla giovane Louisa. Avere, quindi, come insegnanti, i grandi del Trascendentalismo americano ha sicuramente influenzato questa giovane scrittrice e di riflesso anche il personaggio che più la rappresentava nei suoi romanzi sulla famiglia March, Jo. 

Come la sua creatrice, Jo è un spirito libero, piena di vitalità e sempre pronta a schierarsi per far valere i suoi ideali di giustizia. Ma la cosa che forse più di tutte l'accomuna  con la Alcott è la sua grande passione per la scrittura. Jo ama scrivere e leggere e ama la cultura tutta, perché è consapevole che solo così una donna può farsi valere. 
Ed è proprio di questo animo così pieno che si innamora inizialmente Laurie, giovane e ricco vicino di casa della famiglia March, e nonostante egli venga respinto da Jo per la paura di perdere il loro rapporto di amicizia, il legame che li unirà sarà saldo e indissolubile in tutti e quattro i libri che narrano le loro vicende (i restanti due che non ho nominato sono Piccoli uomini e I ragazzi di Jo). 
Non è che non voglia parlarvi degli altri personaggi, ma è inutile dire chi è la mia eroina. La sorella maggiore Meg, gentile simpatica, o Beth sempre pronta a aiutare e appassionata di musica e infine Amy, la più piccola e anche inizialmente la più viziata, non riescono ad avere la meglio sulla presenza di Jo tra le pagine del libro. 


Posso dire che questo libro mi ha visto crescere, insieme a Jo ho imparato ad amare sempre di più la lettura ed anche lo scrivere, portandomi in un mondo che non conoscevo ancora benissimo, il New England,  e in un periodo storico, la Guerra di Secessione, che qua in Italia viene accennato solo di sfuggita nei libri scolastici. 
Non vi dico le lacrime che ho versato leggendo queste pagine. Troppo emotiva? Ancora troppo giovane? Forse. Resta il fatto che mi sono sentita anch'io una piccola donna come nel titolo e anche grazie a questo libro e a questa autrice sono cresciuta nei miei interessi, maturando la convinzione che la forza d'animo e la determinazione di Jo e di tutti gli altri personaggi fossero un tesoro da custodire per affrontare più consapevolmente il proprio percorso di vita.

Per chi non lo avesse visto consiglio vivamente la trasposizione cinematografiaca fatta da Gillian Armstrong nel 1994 e che vedeva tra i protagonisti Winona Ryder nei panni di Jo, Christian Bale in quelli di Laurie, Susan Sarandon nei panni della signora March e una giovanissina Kristen Dust nelle vesti della piccola Amy.

venerdì 31 dicembre 2010

Le Café des écrivains - V -



Le Café des 


écrivains


 
Finalmente dopo un mese riesco a postare una nuova puntata di Le Café des écrivains, la rubrica del venerdì sui grandi classici della letteratura di tutti i tempi. 
Per la puntata di oggi ho pensato ad un  libro che ormai ho letto parecchio tempo fa, ma che credo valga la pena riprenderlo in mano. Stiamo parlando di un classico novecentesco della letteratura tedesca, Narciso e Boccadoro di Herman Hesse. 
L'incontro con questo libro è avvenuto quando andavo al liceo, uno dei tanti libri che i prof fanno leggere, ma devo dire che l'ho fatto con piacere. Di Hesse avevo già letto Siddharta, come molti di voi credo, quindi è stato piacevole addentrarmi nel medioevo (epoca che amo molto) visto attraverso gli occhi di questo grande scrittore. 
Ecco la trama in breve:  

Nel Medioevo leggendario del cattolicesimo monastico si snoda la storia dell'amicizia fra il dotto e ascetico Narciso, destinato a una brillante carriera religiosa al riparo dalle insidie del mondo e della storia, e Boccadoro, l'artista geniale e vagabondo, tentato dall'infinita ricchezza della vita e segretamente innamorato anche della sua caducità. Ripercorrendo una delle epoche storiche che più gli sono congeniali, Hermann Hesse riflette sul tema, centrale nella sua poetica, del contrasto fra natura e spirito, fra eros e logos, fra arte e ascesi, alla ricerca di una loro possibile integrazione. "Narciso e Boccadoro" pone così al lettore - in un'accattivante, limpida fusione di favola simbolica e romanzo picaresco - i grandi, inquietanti interrogativi sulla condizione dell'uomo contemporaneo. 






Narziß und Goldmund, questo il titolo in tedesco, è sicuramente uno dei libri di Herman Hesse dove meglio viene esposta la sua filosofia, il contrasto tra natura e spirito nella ricerca continua della verità. I due personaggi del libro e che ne formano il titolo stesso sono le incarnazioni di questi due concetti. Narciso, lo spirito, è un brillante e promettente novizio. Il suo talento è così straordinario che tutti all'interno del monastero lo temono, anche i suoi superiori. Egli crede che la filosofia del controllare lo spirito possa tutto e instilla in lui una sicurezza tale da ritenersi possessore della verità. Narciso sa leggere nelle anime degli altri ed è quello che fa anche con Boccadoro. Quest'ultimo è uno scolaro del monastero dove vive anche Narciso e si distingue fin da subito per le sue spiccate qualità artistiche. Boccadoro è l'emotività, la capacità di sentire le cose e questa sua caratteristica verrà messa ancor di più in luce nel momento in cui egli sceglierà di vivere la sua vita vagabondando. Il suo diventa quindi un percorso attraverso i vari aspetti della vita stessa, le sue gioie e i suoi dolori, le sue luci e le sue ombre. Narciso rimarrà impressionato dalla ricerca dell'amico, arrivando così alla consapevolezza che non esiste la sola via dello spirito, ma al contrario la verità si può raggiungere anche attraverso i sensi. Alla rigida e solida persona di Narciso, Hesse affianca il dubbio e l'incertezza rappresentati dalla persona di Boccadoro.
Il finale del libro ci conduce, quindi, alla conclusione e sintesi del pensiero dello scrittore: l'erroneità di cercare il vero attraverso un solo strumento, quello dei sensi o quello dello spirito. Questo tipo di ricerca non potrà che essere insufficiente sia agli occhi del monaco che a quelli dell'artista; solo unendo le loro rispettive forze giungeranno alla meta. 

Credo che con questo romanzo Hesse sia riuscito appieno nel mostrare quale fosse il suo pensiero e la sua filosofia; con la semplicità di un racconto è riuscito a spiegare un concetto che, seppur non ostico, difficilmente viene compreso fino un fondo da tutti. Un buon libro che sa unire il piacere della lettura con quello della filosofia.

Qui sotto vi riporto alcuni passi: 

La semplicità fanciullesca della vita girovaga, la sua origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della morte, avevano preso da un pezzo l'anima di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volontà, egli era un artista, e ciò rendeva la sua vita più ricca e più difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei sessi? 

Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire. 

Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in breve e un po' grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici.

Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto.

venerdì 26 novembre 2010

Le Café des écrivains - IV -

Le Café des 


écrivains


 

Cari lettori eccoci con la rubrica del venerdì su i grandi classici della letteratura mondiale. 
Oggi tocca ad un classico della letteratura americana, Via col vento. 
Inutile dire che quando si pensa a Via col vento il primo collegamento che ci viene in mente è con il film, ma innanzi tutto è un libro e devo dire un bellissimo libro. 
Devo confessare che la lettura di questo romanzo non ha radici remote, bensì è stato uno dei libri letti questa estate e mentre gli altri giocavano a beachvolley, facevano il bagno nell'Adriatico e si crogiolavano al sole della riviera del Conero, io mi struggevo per la storia d'amore fra Rossella e Rhett. Però ridurre Via col vento ad una semplice e banale storiella romantica sarebbe screditare le 900 pagine (o giù di lì) del capolavoro di Margaret Mitchell. 
Se qualcuno avesse bisogno di una "spolveratina" alla storia, eccovi accontentati: 

Rossella O'Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l'illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell'amore e la storia impossibile con l'affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi... 

Da dove cominciare? Beh, intanto inizio col dire che mi sono avvicinata al libro non tanto per conoscere la storia che ne veniva narrata, perché già la conoscevo sebbene non in tutti i suoi risvolti, ma per vedere come un'americana potesse presentare la Guerra di Secessione e mi si è aperto un mondo. Da bravi europei studiamo la storia europocentrica e quello che è accaduto altrove lo conosciamo superficialmente, avevo studiato questo periodo della storia americana ma non potevo dire di conoscerlo a sufficienza e quindi avevo in mente ciò che era successo solo a grandi linee. Un altro scoglio da superare è stato la mia puzza sotto il naso da filo-yankees; sì, perché essendo cresciuta con i romanzi di Louisa May Alcott i Confederati non mi stavano molto simpatici, senza contare che il Sud era schiavista, aveva il KKK e tutti gli altri stereotipi: diciamo che difendevo a spada tratta gli Stati Uniti d'America, nel vero senso della parola,  ovvero gli unionisti. E' stato quindi estremamente interessante trovarsi catapultati in un libro in cui il nemico aveva la giacca blu (unionisti) e non grigia (confederati) e si amava vivere la vita con tranquillità e spensieratezza, prima che la guerra distruggesse ogni equilibrio. 

Inutile dire che sono rimasta affascinata da questo mondo e dai suoi personaggi. Margaret Mitchell è veramente brava a bilanciare narrazione storica e vicende dei personaggi del libro, ogni individuo viene tratteggiato con maestria, mettendone in luce anche gli aspetti più reconditi e meschini. E Rossella, la protagonista indiscussa, è il personaggio più complesso di tutti; da bambina viziata conoscerà le pene della guerra e dovrà adattarsi ad ogni sciagura cercando di trarre sempre profitto da ciò che le capitava. In questo lei è maestra, raramente si vedono personaggi così freddamente calcolatori che però riescono a farsi amare dal lettore, Rossella è una di questi. E poi c'è Rhett, l'uomo più affascinante che una donna possa conoscere. Col suo fare disinvolto e anticonformista, si pone come l'unico capace di tener testa ad una donna come Rossella. Il loro amore sarà tormentato come il periodo storico che stanno attraversando, ma l'ironia di questo uomo su tutto ciò che lo circonda sembra essere il simbolo di una nuova mentalità americana che però, a mio parere, non è riuscita a far breccia nelle menti dei suoi connazionali. 
Mi scuso già in partenza, ma non posso non dichiarare che le figure di Ashley e di sua moglie Melania non sono entrate nelle mie grazie, essi rappresentano l'America perbenista, di quelli che voglio essere buoni a tutti i costi, ma che nel loro profondo covano pulsioni di altro tipo (parlo soprattutto per Ashley). 

Una cosa che ho fatto fatica ad accettare nel libro è che i nomi di alcuni protagonisti sono stati cambiati. So che questa operazione è dovuta all'enorme successo del film che ha fatto conoscere al grande pubblico i  personaggi con i nomi a loro "appioppati" negli anni quaranta, ma sinceramente mi è dispiaciuto. Me ne farò una ragione, perché ormai Rossella è Rossella e chiamarla Scarlett fa strano. 

Detto questo so di non aver presentato i libro in maniera esaustiva e come avrei voluto, ma alla fine il mio intento era quello di rispolverarvi questo grande classico, dove gioia e dolore si intrecciano in una morale, davvero americana, del self-made man, dell'uomo che si fa da solo che risorge dalle sue ceneri e dove la frase con cui si conclude il libro, ormai passata alla storia, va letta come lo slogan di una nazione che vuole essere capace di reinventarsi (non a caso il libro è uscito nel 1936 e lo spettro della Grande Depressione aleggiava ancora nell'aria). 

Un libro che ho avuto il piacere di scoprire per assaggiare un po' di Sud. 


lunedì 22 novembre 2010

Le Café des écrivains - III -

Le Café des écrivains 
 


Cari lettori, scusatemi se questo fine settimana non sono riuscita ad aggiornare il blog ma è stato un week-end parecchio denso....Comunque tornando a noi, ecco una nuova puntata de Le Café des écrivains, la rubrica sui classici. 
In questa puntata vi volevo parlare di uno dei grandi classici per eccellenza, Guerra e pace. 
Non so chi di voi abbia letto questo libro e mi rendo conto che la sua mole imponente non invoglia certo alla lettura, ma se vi posso dare un consiglio, invito tutti a scoprire il fantastico mondo creato da Tolstoj. 
Riassumere la trama di un libro che consta di ben 1056 pagine non è un impresa semplice, ma per darvi un'idea (per chi già non l'avesse) di ciò che parla, vi riporto alcuni stralci della presentazione della Newton Compton nella sua ristampa nella collana i Mammut. 


Il romanzo racconta la storia di due famiglie aristocratiche, i Bolkonski e i Rostòv, in una Russia sconvolta dalla guerra e dall’invasione napoleonica. Raramente è dato di leggere un’opera in cui i destini individuali dei personaggi principali – fra cui spiccano Nataša Rostòva, il principe Andréi Bolkonski e il conte Pierre Bezuchov – si intrecciano in modo così perfetto con gli avvenimenti storici e militari. L’epopea del popolo russo, il rapporto fra personalità individuale e collettività, i grandi temi filosofici dell’Ottocento e l’interrogazione sul senso della Storia si fondono in questa grandiosa narrazione tolstojana. 






Parlare di Guerra e pace non è facile, perché questo non è un semplice romanzo ma è lo spaccato di vita di un popolo, è l'insieme delle esistenze dei suoi personaggi, è il ragionamento filosofico di un uomo sulla propria nazione. 
Da amante della Storia ho apprezzato la bravura con la quale Tolstoj riesce ad unire reale e fittizio senza nessun tipo di forzatura; Nataša, Andrej, Pierre si muovo con disinvoltura nel mondo della Storia reale, quella con la S maiuscola, dove si aggirano al contempo Napoleone, le truppe francesi e lo zar Alessandro I. Le vicende che si susseguono nel libro sono molteplici, come numerosi sono i suoi personaggi, ma è difficile non appassionarsi ad ognuno di loro (o quasi). 
Pierre Bezuchov, forse in quanto alter ego dell'autore stesso, è uno dei personaggi più complessi di tutto il romanzo; la profondità con cui viene tratteggiato ci dà la possibilità di conoscere a fondo il suo animo e il suo incessante bisogno di ricerca. Estremamente interessante è la descrizione del suo ingresso nella massoneria, dove Tolstoj ci guida nel complesso rituale per entrare all'interno della società segreta e rende partecipe il lettore del percorso di crescita che compie il suo personaggio. 
Poi c'è Andrej Bolkonskij, l'intelligente e sarcastico principe, attratto in un primo momento da una gloria prettamente militare. Sarà attraverso i suoi occhi che Tolstoj ci farà rivivere la battaglia di Austerlitz. Ma non sarà la guerra a sconvolgere la vita di Andrej, perché l'unica che toccherà veramente nel profondo la sua esistenza è Nataša Rostova, affascinante fanciulla conosciuta ad un ballo. 
Sicuramente è lei,  Nataša, il personaggio più fresco e innocente di tutto il romanzo. Bella quanto spontanea, fa innamorare di sé i due protagonisti maschili con la sua anima pulita, a differenza dell'altrettanto bella ma corrotta Hélène. Da simpatica acerba tredicenne, Nataša saprà diventare una donna affrontando le sofferenze fino a raggiungere un amore e una serenità di certo meritate. 
Finito di leggere questo libro, ti rendi conto di essere cresciuto con i personaggi che ti hanno accompagnato lungo tutta la storia e avrai nostalgia delle loro vite, perché in modo quasi inspiegabile ognuno di loro ha arricchito un parte di te. 
Se volete leggere un grande romanzo ambientato in una grande nazione quale la Russia degli zar, Guerra e pace saprà guidarvi in questo affascinante mondo.



venerdì 12 novembre 2010

Le Café des écrivains - II -

       Le Café des écrivains 
 


Finalmente sono arrivata a casa e posso dedicarmi un po' al mio blog, questo stage mi sta togliendo tutto il mio tempo libero.... 
Tornando a noi, eccoci con la seconda puntata di Le Café des écrivains, la mia rubrica sui classici. Venerdì scorso vi avevo parlato di Cime Tempestose di Emily Brontë, oggi tocca a sua sorella Charlotte. Inizialmente non avevo pensato di parlare del suo libro, ma dopo aver visto il trailer del nuovo film (grazie al blog The book lover), in uscita nel 2011, ho ritenuto opportuno dedicare questo venerdì ad un altro classico che ho amato parecchio, Jane Eyre. 
Anche in questo caso vi metto in breve la trama per coloro che non l'hanno letto.
Eccola: 


Jane, una povera orfanella che ha trascorso la fanciullezza in un triste asilo di Lowood, dopo anni di stenti e di solitudine, viene assunta come governante in casa Rochester. Il cinico padrone finisce per innamorarsi di lei ma quando si sta per celebrare il matrimonio, una scoperta viene a sconvolgere la vita della fanciulla: la moglie di Rochester, creduta morta, è ancora in vita, prigioniera della pazzia. 

Mi sono avvicinata a questo romanzo molto tempo fa; in una delle mie rare influenze chiesi a mio padre se mi comprava un libro per passare un po' di tempo e combattere così la noia, la scelta ricadde su Jane Eyre e fu amore a prima vista, è proprio il caso di dirlo. Lo lessi tutto d'un fiato. 
Sicuramente la storia narrata da Charlotte Brontë è meno cupa e oscura di quella di sua sorella e Jane e Mr. Rochester non hanno niente a che fare con Catherine e Heathcliff, ma a loro modo sono estremamente affascinanti e coinvolgenti. 
La vita di Jane, in prima persona, viene raccontata nella sua interezza. L'infanzia travagliata, segnata dalle sofferenze e dall'odio da parte dei cugini; il suo lavoro come istitutrice presso la famiglia Rochester; la ricerca della sua indipendenza che la conduce alla fine tra le braccia di chi l'ha sempre amata. In questo percorso di crescita si intravede l'esperienza autobiografica della stessa autrice, la quale segnata da un amore che è costretta a fuggire, trova in se stessa la forza per andare avanti. 
Forse, il bello di questo libro sta proprio qui, nella forza di Jane/Charlotte di non arrendersi, ma di mostrare al mondo intero la risolutezza del suo sguardo di donna libera, capace finalmente decidere il suo futuro. 
Ma sul cammino di Jane ci sono anche delle ombre e dei fantasmi da combattere, uno su tutti Bertha, moglie pazza di Mr. Rochester. Bertha è il suo  doppelgänger, colei che incarna tutte le pulsioni più basse e istintive. Solo sconfiggendo Bertha, sconfiggendo cioè le sue paure, Jane potrà arrivare a realizzare i suoi sogni, dando spazio alla passione e ai sentimenti, che non hanno niente della morbosità di Bertha. 

Qui vi riporto alcuni passi del libri: 

“È bello sognare, ma non devo dimenticare che i miei sogni non hanno nessuna attinenza con la realtà. Io costruisco nel mio cervello castelli incantati e paradisi terrestri, ma sono perfettamente consapevole che ho un duro cammino da percorrere, e che intorno a me si addensa la tempesta!”

“Ogni sentimento buono, sincero, forte che provo trova il suo centro in lui. So che devo nascondere i miei sentimenti; devo soffocare la speranza; devo ricordare che certo non prova grande interesse per me. […] Devo dunque ripetere di continuo che siamo separati inesorabilmente: pure, finché ho respiro e vita, non posso non amarlo.” 

“Le ombre non sono meno importanti della luce” 

Di passi ce ne sarebbero moltissimi altri, ma il post diventerebbe lunghissimo. 
Non potevo, però non mettere il video della dichiarazione di Mr. Rochester tratto dal film di Franco Zeffirelli con un affascinante William Hurt nei panni di Rochester, Charlotte Gainsbourg nelle vesti di Jane e un' Anna Paquin in erba per Jane junior.
Qui sotto vi riporto il video del trailer del film in uscita l'anno prossimo, naturalmente in inglese.  







venerdì 5 novembre 2010

Le Café des écrivains - I -

Le Café des écrivains 
Cari amici oggi inauguro la mia nuova rubrica su i grandi classici della letteratura, per dare sfogo a questa mia smisurata passione. 
Il nome di questa nuova rubrica è Le Café des écrivains e l'ho scelto in onore di tutti quei caffè letterari parigini (e non solo) dove gli scrittori erano soliti riunirsi per discutere, confrontarsi, sviluppare idee, bere caffè e molto altro.  

Per iniziare ho scelto un libro che amo moltissimo, ovvero "Cime tempestose" di Emily Brontë. 
La trama penso che la conoscete tutti, ma se così non fosse eccovi accontentati.  

Heathcliff: orfanello adottato per pietà dalla famiglia di Catherine, caro amico d'infanzia, ragazzo ribelle e affascinante, spirito libero e pericoloso che ignora le convenzioni della rigida morale ottocentesca. Edgar: bello, ricco, amabile, innamorato di Catherine, tenacemente deciso a renderla la più felice delle spose. A due uomini così diversi è legato il destino della dolce Cathy, divisa tra una passione divorante e un amore romantico, sullo sfondo delle selvagge brughiere inglesi. Il racconto di un legame capace di sopravvivere alla morte. Un romanzo di potenti emozioni che lascia senza respiro. 


La trama qui sopra presentata sicuramente non è tra le più ricche e particolareggiate, ma ho preferito così per evitare a coloro che, per caso, non l'avessero letto di scoprire la storia di questi fantastici personaggi e di poterla assaporare pagina dopo pagina leggendo il libro.  

 


Con lo pseudonimo di Ellis Bell, Emily Brontë pubblica "Wuthering Heights" (questo il titolo originale) nel 1847, solo un anno prima della sua morte. 
Ambientato nella brughiera del North Yorkshire, dove l'autrice ha trascorso tutta la sua esistenza, "Cime tempestose" è forse la storia d'amore più travagliata della letteratura e non a caso ha ispirato molti altri scrittori. In questo libro non troviamo il classico sentimento amoroso che sfocia nella naturale unione dei due amanti, ma ci si trova difronte alla forza disarmante di un amore che trova la sua espressione anche nell'odio e nella rabbia più feroci. 
Quando il libro uscì fu guardato come qualcosa di strano e non consono ai gusti dell'epoca, difatti l'Examiner nel gennaio del 1848 presentò "Cime tempestose" come: <<uno strano libro. Ci sono segni di un grande potere di scrittura, ma nell'insieme è violento, confuso, incoerente e improbabile>>. Forse i tempi non erano ancora maturi per poter accettare e apprezzare una scrittura così carica e densa, perfettamente in linea con la risolutezza della stessa Emily Brontë. 
Ed è in una narrazione cupa e selvaggia, specchio delle brughiere che dominano il paesaggio della storia, che si consuma l'amore di Heathcliff e Catherine, un amore totale che non ha niente degli stilemi classici, ma che ritrova se stesso anche nella violenza che i due protagonisti usano contro la persona amata e di conseguenza contro se stessi. Non lasciando spazio ai sentimentalismi, il lettore si trova difronte a personaggi scevri di ogni morale e diabolicamente perversi nel raggiungere i propri intenti. Qui il buono non viene premiato, bensì soccombe alla violenza di una passione che sconvolge la vita ed anche la morte.
Un libro che va letto, secondo il mio modesto parere, perché capace di toccare le parti più recondite della nostra anima, mostrandoci le ombre che ognuno ha dentro di sé.  

Qua trovate il video con il testo della canzone di Kate Bush "Wuthering Heights".

Qui vi riporto alcuni passi del libro: 

«Ecco la differenza dei nostri sentimenti; se lui fosse stato al posto mio e io al suo, l'avrei odiato di un odio che mi avrebbe avvelenato la vita come fiele, pure non avrei mai levato una mano contro di lui. Mostrati incredula quanto ti pare e piace! Io non l'avrei mai privato della compagnia di Catherine finché ella avesse mostrato di desiderare la sua. Non appena tale desiderio fosse cessato, gli avrei strappato il cuore, e bevuto il sangue! Ma, prima d'allora... oh! Tu non mi conosci... Prima d'allora sarei morto goccia a goccia, piuttosto che torcergli un capello!» 


«Mi fai comprendere ora quanto sei stata crudele - crudele e falsa. Perchè mi hai disprezzato? Perchè hai tradito il tuo stesso cuore, Cathy? Non ho una sola parola di conforto; tutto questo lo hai meritato. Ti sei uccisa. Sì, baciami pure e piangi, e  strappami in cambio di baci e lacrime. Ti distruggeranno, ti danneranno. Mi amavi... quali diritti avevi dinque di lasciarmi? Quale diritto - rispondimi - per il povero capriccio che ti ispirava Linton?Poichè né la sofferenza, la degradazione, la morte, nulla che Dio o Satana potessero farci ci avrebbe separato, tu, di tua volontà, lo hai fatto. Non io ho spezzato il tuo cuore, tu lo hai spezzato, e nel farlo, hai spezzato il mio. Credi che voglia vivere? Che vita sarà la mia quanto tu... Vivresti, tu, quando la tua anima è nella tomba?»


« In ogni nuvola, in ogni albero, nell'aria della notte e nell'aspetto di ogni oggetto durante il giorno, io sono circondato dalla sua immagine! I più comuni visi di donna o uomo, i miei stessi lineamenti, si fanno gioco di me con il loro ricordarla. Il mondo intero è per me una terribile collezione di cimeli che mi ricordano che lei è esistita e che io l'ho persa! » 

«Il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei ad essere; e, se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l'universo mi diverrebbe estraneo; non mi sembrerebbe di esserne parte. Il mio amore per lui è simile alle rocce eterne ai piedi degli alberi; fonti di poca gioia visibile, ma necessarie. Io sono lui, lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere; dunque, una nostra separazione è impossibile...»  




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