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venerdì 20 gennaio 2012

Le Café des écrivants


Questo racconto vegetava già da un po' di tempo nella memoria del mio PC e oggi ho deciso di condividerlo con voi. Fatemi sapere cosa ne pensate, liberissimi di dire anche "fa schifo". Dalle critiche uno po' solo migliorare.





Sigillum


Con la lama affilata del coltello incise una delle assi di legno che coprivano il pavimento. La meticolosità con cui si muoveva presagiva la freddezza che avrebbe usato per aprire in due il mio braccio. Il cuore accelerò i battiti, il puzzo acre della decomposizione permeava la stanza. Alle pareti erano appesi resti di creature morte, alcuni erano in uno stato di putrefazione così avanzato che difficilmente si riusciva a distinguere cos’erano stati da vivi.

Cercai di divincolarmi ma le corde che stringevano il mio corpo incollandolo alla sedia erano talmente tirate che sentii la pelle lacerarsi a contatto con la ruvida canapa.

Ero in trappola, senza via di fuga.

Il respiro affannoso era soffocato dalla camicia di flanella con cui mi aveva avvolto la parte inferiore del viso, l’odore di sudore che emanava era nauseante. Un lamento riuscì debolmente a superare lo spesso tessuto e a riecheggiare nella stanza per il resto silenziosa.

Improvvisamente un brusco movimento piegò la mia testa di quasi novanta gradi all’indietro, sentivo ogni capello tirato verso il pavimento da una mano grande e nervosa. La rabbia di quel gesto esprimeva tutta la violenza di quell’essere brutale.

Chiusi gli occhi per il dolore e la paura, ma lui mi costrinse ad aprirli con le sue dita tozze e ruvide. Con gesto sicuro allontanava la pelle delle palpebre dal bulbo oculare. Lo assecondai, se non l’avessi fatto mi avrebbe di sicuro strappato la sfera vitrea che si nascondeva sotto quella fragile protezione.

Incombeva sopra di me, percepivo la presenza muscolosa del suo corpo, il suo membro premeva contro la mia testa. Erano i suoi occhi, però, ad attirare l’attenzione. Erano gialli, il demone gli era entrato sotto pelle.

La bramosia che si accendeva nel suo sguardo mentre violentava il mio corpo con quegli occhi famelici mostrava chiaramente che Lilith era padrona delle sue azioni. Il demone che si muoveva nelle sue viscere era un Iamaliel, un Osceno.

Con velocità innaturale spinse la mia testa in avanti, il mento andò a sbattere contro il petto e i denti si chiusero con uno scatto secco procurando un taglio profondo sulla lingua che prese a sanguinare copiosamente. Il sapore dolciastro e metallico del sangue mi riempì la bocca.

Guardai il sigillo disegnato con tratti precisi e definiti sulle assi di legno che si trovavano sotto ai miei piedi. Era un disegno antico, che ormai in pochi conoscevano. La potenza di quei tratti arzigogolati era qualcosa che si perdeva nella notte dei tempi. Finché quel sigillo rimaneva impresso sul pavimento non potevo far nulla per salvarmi. Provai a far scivolare su e giù il piede nel tentativo di cancellare una parte del bordo e diminuire così l’effetto del simbolo, ma schegge di legno perforarono la mia carne procurandomi un acuto dolore.

Appena l’uomo notò cosa stavo cercando di fare con uno scatto felino mi fu addosso e si mise a sedere a cavalcioni sulle mie gambe, lo sguardo sempre più intenso. 

Afferrò il mio braccio con una presa decisa, slegò le corde che lo incatenavano al bracciolo della sedia e con ferocia lo sbatté sopra il tavolo sgangherato e lercio che giaceva alla mia sinistra.

Un povero cacciatore, ecco cosa era stato questo essere umano prima che il demone entrasse in lui. La solitudine aveva attanagliato il suo debole cuore e aveva aperto un varco per tutti i demoni che avessero voluto utilizzare il suo corpo. La rabbia repressa e la distorta bramosia sessuale che l’avevano caratterizzato da uomo ora erano al servizio della potente Lilith.

Un ghigno si dipinse sul suo volto, afferrò il manico consumato del coltello da cucina che aveva appoggiato per terra e spinse la punta sul mio braccio. Una goccia di sangue fuoriuscì e scese come un rivolo fino alla superficie di legno scurito per via dello sporco. La vista della densa sostanza color cremisi acuì il suo desiderio e con fare febbricitante guidò il coltello dal gomito verso il polso.

Un urlo straziante avvolse la stanza. Era la mia voce stridula e innaturale che spezzava l’oscura quiete di quel posto. Lacrime copiose scesero dai miei occhi e andarono ad inzuppare la camicia che mi faceva da bavaglio. Tutto questo lo eccitò ancor di più, il demone dentro di lui urlò la sua vittoria e costrinse quell’ammasso di muscoli e ossa a dirigere il volto verso il lago di sangue che si stava velocemente spandendo intorno al mio braccio. Con la lingua leccò avidamente il liquido che fuoriusciva dalle vene pulsanti.

Un brivido di piacere lo scosse e gli fece inarcare la schiena. Strappò la camicia graffiandomi con le unghie luride, premette la sua bocca lorda di sangue contro la mia e si fece strada con la lingua. In quel momento cominciai a tremare, sempre più forte, in modo convulso, fino a smuove anche il corpo che giaceva sopra di me. L’intera stanza sembrò scossa da un terremoto, i cassetti della credenza si rovesciarono a terra, il bicchiere appoggiato sopra il lavabo piombò sul pavimento infrangendosi in mille pezzi.

La voce metallica dello Iamaliel risuonò sinistra: «Per te è finita, Raguel. Hai insudiciato la tua anima con la mia. La tua essenza è corrotta ora». La risata di Lilith deflagrò come un’esplosione, ferendomi le orecchie. «Finalmente mi appartieni, Raguel».

Un fumo nero uscì dalla bocca e dal naso dell’uomo alzandosi verso l’alto e scomparendo tra le travi del soffitto. Il corpo senza vita del cacciatore si accasciò come un sacco vuoto e cadde a terra con un tonfo secco. Il sigillo non aveva più potere su di me dal momento che Lilith l’aveva rotto, ma ormai ero perduto.

Mi misi in piedi barcollando dopo essermi slegato, polsi e caviglie erano feriti dalle corde. Mi diressi verso la porta e a fatica riuscii a girare la maniglia. Una raffica di velo gelido investì il mio corpo fiacco e mi spinse all’indietro facendomi cadere.

Quelle che un tempo erano state candide, ora giacevano rattrappite e sporche sotto il mio peso. Le mie ali.

giovedì 19 gennaio 2012

Recensione: "L'amore quando c'era" di Chiara Gamberale

Titolo: L'amore quando c'era Autrice: Chiara Gamberale
Casa editrice: Mondadori Pagine: 91
Prezzo: € 10,00

La trama:


Uno dei casi della vita, un momento triste, diventa l'occasione forse a lungo cercata per ricucire un filo che si era spezzato: Amanda, che ha amato perdutamente Tommaso e lo ha lasciato senza spiegazioni da dodici anni, scrive una mail di condoglianze che è anche un messaggio nella bottiglia: come stai, dove sei, chi sei diventato? E, soprattutto: l'hai trovata, tu, mio antico grande amore, la Ricetta per la Felicità? Tommaso risponde, prima cauto, poi incapace di resistere alla voce di un passato bruciante che si fa viva e presente domanda. Tommaso è sposato, ha due splendidi bimbi e un equilibrio che pare felicità. Amanda no, lei vive sola e alla perpetua ricerca di una compiutezza senza rimpianti: quell'alchimia misteriosa che solo gli altri, accanto a noi, sembrano trovare, ma che a noi è quasi sempre preclusa. Ai suoi alunni di scuola Amanda affida un tema sulla felicità, e le risposte sono tanto semplici e autentiche da lasciarla incerta sulla soglia di se stessa. Forse solo l'antico amore, oggi ritrovato, può offrire la chiave della gioia senza compromessi. Con coraggio Amanda rivela a Tommaso la sua risposta a questa domanda che tutti, prima o poi, ci poniamo. Allora bisogna decidere se guardare avanti - dove nulla è certo, ma tutto possibile - o indietro, dove la sirena confortante di una pienezza perduta ci chiama con il suo canto...


La mia recensione


Questa sarà una recensione breve, anzi brevissima. Se non lo fosse rischierebbe di diventare più lunga del romanzo appena letto, che poi romanzo non lo è. L’amore quando c’era di Chiara Gamberale è un racconto e neanche tanto lungo.

L’argomento di cui parla è di facile individuazione: l’amore. Ma non l’amore in tutte le sue sfaccettature, l’amore passato. L’amore quando c’era, appunto.

Diventare banali quando si parla di questi argomenti è la cosa più semplice che uno scrittore può fare e Chiara Gamberale incespica, scivola, anche se non cade.

Ma cosa c’è di sbagliato in questo romanzo/racconto? Forse di sbagliato non c’è nulla, se non la tempistica, ma ora mi spiego.

Utilizzando una doppia cornice narrativa la Gamberale arriva a raccontare la storia passata, e per certi versi futura, dei due ex amanti Amanda (sarà un nome a caso o il gerundio latino di “amare” è una scelta voluta?) e Tommaso. Primo scivolone: I due si parlano tramite email. Va bene attualizzare, stare al passo coi tempi, ma l’utilizzo delle mail tra innamorati, di tutte le sorte aggiungerei, si è già visto. Dal film You’ve got a mail con Tom Hanks e Meg Ryan al molto più recente successo del romanzo di Daniel Glattauer Le ho mai parlato del vento del nord (successo non doppiato dal secondo romanzo “ad email” scritto dall’autore, che capita l’antifona ha virato verso nuovi esperimenti narrativi), un racconto di due tizi che parlano tramite email non sprizza originalità da tutti i pori.

Secondo scivolone: La storia tra i due sembra la riscrittura romanzata del testo di una delle canzoni più famose di Adele (come anche altri hanno fatto notare nei vari siti di lettura). L’amore non è bello se non è litigarello? Questa volta verrebbe da dire di no, il troppo amore porta al litigio e allora, “c’eravamo tanto amati” e lasciamo che il ricordo dolce amaro (aggettivo preso da Adele) di quell’amore resti sempre lì come monito.

Qual è allora il problema della storia della Gamberale? Come ho detto prima, la tempistica. Il suo racconto è venuto troppo tardi, o per lo meno dopo che altri hanno già parlato di quelle cose e in quella forma e per di più con grande successo di pubblico. L’idea poteva anche essere buona, gli spunti riflessivi sono validi e universali, ma forse, e sottolineo forse, una maggiore originalità avrebbe dato all’opera quel qualcosa in più, che sembra non avere.

VOTO DEL BLOG:

 Boring Book. Libro noioso e poco avvincente.


Va comunque detto che il voto non è dovuto a una brutta scrittura o a tematiche non interessanti, ma alla non spiccata originalità. Se uno è "vergine" a una struttura narrativa di questo tipo troverà il racconto affascinate.

mercoledì 18 gennaio 2012

Andar per libri: "Fiori nel fango" di Hillary Jordan e "Nei campi azzurri" di Claire Keegan

ANDAR PER LIBRI

Oggi prende il via una nuova rubrica: Andar per libri.
Di cosa si tratta? Be', spesso il lettore compulsivo si trova a spulciare siti, librerie e biblioteche alla ricerca del titolo che gli è sfuggito, il romanzo che non ha letto ma che vuole tanto trovare.
Dal momento che anche io sono afflitta da questa patologia, Andar per libri vi proporrà tutti quei titoli che nelle mie ricerche avrò scovato. Magari anche a voi quel titolo era sfuggito e così la rubrica diventa l'occasione giusta per provare nuove letture.
Ovviamente siete chiamati a partecipare, chiunque di voi pensa di aver scovato un libro interessante non esiti a contattarmi via mail. La rubrica parlerà anche delle vostre scoperte.

A inaugurare la rubrica due uscite di una delle case editrici che più mi piacciono: Fiori nel fango di Hillary Jordan e Nei campi azzurri di Claire Keegan, entrembi pubblicati da Neri Pozza.


Titolo: Fiori nel fango Autrice: Hillary Jordan
Casa editrice: Neri Pozza Pagine: 316
Prezzo: € 17,00

Ho trovato questo libro girovagando un pomeriggio su internet. Cercavo un'altra cosa e ora non ricordo più cos'era, dal momento che sono rimasta affascinata da questo romanzo. Uscito per la Neri Pozza nel 2009, Fiori nel fango (titolo originale Mudbound) è il  romanzo d'esordio di Hillary Jordan. Una storia di adulterio e razzismo nel profondo sud degli Stati Uniti.
L'autrice ora ha pubblicato un nuovo romanzo intitolato When she woke, un thriller distopico che sembra unire due grandi della letteratura americana e canadese, Hawthorne e Atwood.

La trama:


Nella primavera del 1939, Laura Chappell incontra per la prima volta a Memphis Henry McAllan. Lei, piccola e scura, con marcati lineamenti francesi, ha trentun anni ed è ancora vergine: una "zitella sulla via della pietrificazione", come ironicamente si definisce. Insegna inglese in una scuola privata per ragazzi, canta nel coro della Calvary Episcopal Church e fa da baby-sitter ai suoi nipoti. Lui, quarantunenne che dimostra tutti i suoi anni soprattutto per via dei capelli candidi, ha mani forti, una solida aria di sicurezza e la deliziosa parlata del Delta del Mississippi. Quando Henry McAllan le propone di sposarlo, Laura accetta di buon grado, certa che il primogenito di un clan rurale come Henry non possa che essere un buon marito e un padre premuroso dei suoi figli. Il giorno in cui Henry decide di ubbidire al "richiamo della terra" dei McAllan e di trasferirsi col vecchio padre in una fattoria sul Delta del Mississippi, Laura lo segue fedele, portandosi dietro le due bambine nate un paio d'anni dopo il matrimonio. Sul Delta del fiume, però, la vita si rivela completamente diversa dall'idillio che Laura aveva immaginato.

La copertina originale:

Mudbound


L'autrice:


Hillary JordanHillary Jordan è cresciuta in Texas e in Oklahoma. Ha studiato presso la Columbia University. Fiori nel fango è il suo primo romanzo e ha ottenuto negli Stati Uniti uno straordinario successo di pubblico e critica. Vive a Tivoli, New York.









Nei campi azzurri
Titolo: Nei campi azzurri Autrice: Claire Keegan
Casa editrice: Neri Pozza Pagine: 176
Prezzo: € 15,00

Di raccolte di racconti non se ne vedo molte ultimamente e Nei campi azzurri (titolo originale Walk the blue fields) sembra essere qausi un'eccezione nel panorama editoriale italiano. Il libro di Claire Keegan edito da Neri Pozza affascina il lettore con storie dell'Irlanda rurale che si animano sulle pagine come autentici idilli.
L'autrice è già conosciuta per un'altra racconta intitolata Dove l'acqua è più profonda, pubblicata dalla stessa casa editrice.

La trama:

Ambientate per la maggior parte nell'Irlanda rurale, queste storie narrano di gente comune che vive un momento drammatico e cruciale della propria esistenza, uno di quei momenti in cui ne va del senso stesso della propria vita. C'è, ad esempio, come in "Il regalo d'addio", la ragazza che, in una magnifica giornata per la raccolta del fieno, lascia la casa paterna ed entra per l'ultima volta nella stanza del padre, quella camera in cui, almeno una volta al mese, entrava quando era poco più che bambina, e dove il padre-padrone giocava con lei e le diceva che era brava e intelligente, e le metteva il braccio attorno al collo e la toccava con le sue mani così grandi e forti per la mungitura. C'è il prete, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, che alla fine di una cerimonia di nozze attraversa il tappeto rosso e va a stringere la mano dello sposo e non osa fare lo stesso con la sposa, bellissima con le spalle lentigginose, nude, un lungo filo di perle che le pesa sulla pelle, il bouquet che le trema in mano. Il prete fissa soltanto lo sguardo sulla riga bianca che le spartisce i capelli e ricorda il tempo in cui trascorreva ore a guardarla, quella riga. C'è il guardaboschi, nella "Figlia del guardaboschi", che ipoteca la casa, indossa un gessato azzurro e, la barba spuntata, si reca in una sala da ballo per trovare moglie, e la trova davvero: una donna dai fianchi larghi, la pelle liscia come un piatto e il profumo che gli ricorda il ginestrone quando brucia.

La copertina originale:


L'autrice: 

Author portrait: Claire KeeganClaire Keegan è cresciuta in una fattoria di Wiclow, in Irlanda. La sua prima raccolta di racconti, Dove l'acqua è più profonda, nominata «Los Angeles Times Book of the Year», ha vinto il Rooney Prize per la letteratura irlandese. I suoi racconti si sono aggiudicati l’Olive Cook Award, il Kilkenny Prize, il Martin Healy Prize, il Macaulay Fellowship, il William Trevor Prize e il Francis MacManus Award. Vive in una zona dell’Irlanda rurale.

venerdì 30 dicembre 2011

Le Café des écrivants


Il momento è arrivato, finalmente Le Café des écrivants si trasforma nel mio angolo di scrittura personale. Come vi avevo detto ieri, in questo spazio verranno raccolti i miei racconti e le storie che avrò il piacere di condividere con voi.

Per inaugurare il nuovo indirizzo preso dalla rubrica vi presento un racconto che sarà diviso in più puntate (tranquilli :D non diventa un romanzo strada facendo). Cercherò di postare le varie puntate in cui il racconto verrà diviso senza far passare troppo tempo l'una dall'altra, diciamo massimo una settimana (salvo imprevisti). So che in molti non amano le cose spezzettate, ma perdonatemi la storia non poteva essere accorciata altrimenti.

Ora vi lascio alla lettura, sperando sia di vostro gradimento.


Polvere di ferro


   La carrozza si arrestò a una decina di metri dalla bottega del fabbro dopo aver sbandato sulla strada sconnessa per circa sette chilometri. Uno dei quattro cavalli di Sua Signoria si era azzoppato e il cocchiere aveva cercato di rimediare al danno conducendo il veicolo dal più vicino maniscalco. Il povero signor Quinny, seduto a cassetta, aveva pregato il buon Dio che il pranzo dai Lansbury fosse stato piacevole, molto piacevole, e il conte mezzo assopito dal troppo mangiar e dalle abbondanti annaffiate di vino e di Porto non si fosse reso conto quasi di nulla. Il carattere poco mansueto di Lord Primmington era famoso in tutta la contea e la sua propensione a prendersela con la servitù era costata al signor Quinny numerose lavate di capo, per usare un eufemismo.
   La fortuna lo aveva assistito facendo azzoppare il cavallo non lontanissimo da Shirleton, dove risiedeva la bottega del rude quanto capace maniscalco Freddie Occhiopinto Litton. Il suo soprannome se l’era guadagnato da ragazzo, quando non c’era sera che non si azzuffava nella locanda del paese, pestandosi con gli altri bulletti e riportando quasi sempre un bell’occhio nero violaceo, un occhiopinto quindi, a testimonianza della battaglia avuta. Con il tempo Freddie aveva stemperato gli spiriti, ma il soprannome era rimasto e come se fosse un marchio di famiglia, l’irrequietezza era passata a suo figlio Russell.
  Il giovane sedeva sui gradini di legno che conducevano alla porta d’ingresso della bottega. Aveva una camicia di flanella rossa e verde le cui maniche gli arrivavano a malapena ai gomiti e nonostante l’aria frizzante aveva la fronte imperlata di sudore. Era tutto intento a raschiare con un coltellino la melma che si era appiccicata sul fondo degli stivali. Erano stati giorni di grandi piogge, che avrebbero preparato il terreno alla primavera ormai vicina, la rinascita che i contadini di Shirleton aspettavano come un miracolo dopo il lungo inverno di magra.
   Una manina paffuta tentò di scostare la tenda di pizzo macramè finemente lavorata che copriva la finestra della carrozza. Qualcuno glielo impedì con un secco movimento della mano, una mano guantata e sottile di nobildonna. Seguì un soffocato tramestio di voci e l’immancabile lamentela del bambino curioso.
   I movimenti e i suoni provenienti dalla carrozza attirarono l’attenzione di Russell che sollevò la testa quanto bastava a scorgere la finestra del veicolo da sotto la frangia di capelli biondi. Sapeva che osservare in modo sfrontato non era buona educazione, glielo ripeteva sempre sua madre prima di morire di pertosse e accompagnava l’avvertimento con dolorosi scapaccioni.
   «Vieni qua buono a nulla!» tuonò la voce baritonale di Freddie Occhiopinto. Russell schizzò in piedi neanche fosse uno di quei giocattoli a molla e a passo lesto si avvicinò al padre. Il cavallo di Sua Signoria doveva essere di nuovo imbrigliato e attaccato al tiro a quattro e quello era compito suo; contrariamente a come si comportava con le persone, Russell con i cavalli sembrava avere il tocco magico. Accarezzò dolcemente il muso della bestia e lo condusse al suo posto senza che questo scalciasse o nitrisse indispettito. Cosa sussurrasse all’orecchio di quelle bestie il padre non avrebbe saputo dirlo, l’unica cosa che sapeva e che gli importava era che con i cavalli Russell ci sapeva fare e per essere un buon maniscalco questo era tutto.
   Il ragazzo amava la squisita eleganza dei cavalli, ma quella fiera bellezza gli ricordava quanto era misera la sua condizione. Relegato a vivere con un padre arcigno e dispotico, in un paesino dove tutti sapevano tutto, Russell sognava di conoscere qualcosa al di là degli steccati e dei recinti per pecore di Shirleton. Gli sarebbe piaciuto diventare un politico oppure un commerciante di cavalli, ma c’era un ostacolo da sormontare: Russell era analfabeta, aveva imparato a malapena a scrivere il suo nome. Tempo o soldi per la scuola non c’erano e ancora gli rimbombavano in mente le accuse del padre quando lo aveva scoperto a tracciare segni con un legnetto carbonizzato sulla carta sudicia rubata al macellaio. Freddie era diventato paonazzo in volto tanta era la rabbia di vedere il figlio in quella che, a suo parere, era un’insulsa occupazione. «Non ci si sfama con le parole, non ti riempiono la pancia. È con il ferro che mangi, mettitelo bene in testa, razza di screanzato!» gli aveva urlato e strappatogli il foglio di mano glielo aveva infilato a forza in bocca. Da quel giorno Russell non aveva provato più a scrivere.
   Una volta agganciato il cavallo, il tiro a quattro era di nuovo pronto per avviarsi sulla strada verso Primmington Manor. Il signor Quinny salì a cassetta e impugnate briglie e frustino incitò sonoramente i cavalli. Le bestie iniziarono subito a muoversi trainando la carrozza verso destra, mentre il signor Quinny cercava di evitare le grandi pozzanghere di acqua sporca che si erano formate sul piazzale antistante la bottega. Se una ruota fosse finita dentro una di quelle pozzanghere, l’acqua sarebbe schizzata fino a bagnare i finestrini della carrozza, indispettendo non poco Sua Signoria.
   In piedi in mezzo allo spiazzo, Russell osservava con una certa invidia la carrozza laccata di nero lucente. Il lusso che emanava era abbagliante, quasi fastidioso. Si guardò gli stivali logori e ancora sporchi di fango, la sua vita non aveva nemmeno una scintilla del bagliore che aveva visto riflesso sulla carrozza. Amareggiato tornò sui suoi passi, si sedette di nuovo sui gradini e riprese a scrostare gli stivali. Cazzo, pensò, almeno quel fottuto bastardo di Jimmy Cox riesce a sgraffignare un po’ di tabacco facendo gli occhi dolci a quella mezza scopa della figlia del droghiere. Non riuscirei mai a farla fina a quella brutta strega, dovessi morire di fame.
   La carrozza avanzava lentamente per arrecare meno fastidio possibile a coloro che stavano nell’abitacolo. L’ondoso oscillare della vettura aveva trascinato nuovamente Lord Primmington nel sonno e ora ronfava in modo poco signorile appoggiando la testa scompostamente. Il piccolo Arthur, infagottato nel lungo cappotto marrone, aveva preso a cincischiare il berretto di lana che aveva indossato fino a quel momento ormai deciso a sconfiggere la noia con ogni mezzo. L’unica seduta con la schiena dritta come un fuso era Annabelle, intenta a lisciare le invisibili pieghe della coperta tartan che aveva appoggiata sopra le gambe. Cercava di mantenere il contegno da giovane nobile qual era, eppure le dita dentro i guanti di pelle sembravano formicolare. Sebbene prima aveva bloccato la mano di Arthur, ora non riuscì a fermare la sua e con un movimento rapido scostò la tenda che impediva la visuale dalla finestrella. Si erano allontanati dalla bottega del maniscalco, ma non tanto da impedirle di scorgere in lontananza il giovane che aveva ferrato il cavallo. Non riusciva a vederne bene i lineamenti, le uniche cose che risultavano chiare anche da quella distanza erano i capelli biondi scompigliati e la magrezza del corpo seppur nascosta sotto la camicia lisa. Tutto sommato non sembrava di aspetto sgradevole, magari un po’ rozzo, ma ci si poteva lavorare.
   Se per salvare Primmington Manor suo padre il Lord aveva deciso di darla in sposa al vecchio bavoso Lord Kingsley, famoso per i suoi dubbi gusti ma dalle grandi ricchezze, Annabelle aveva deciso di ripagare lo sgarbo con la stessa moneta. Una tresca con un giovane del posto, lo scandalo che ne poteva seguire se fosse stato scoperto avrebbe spinto suo padre a mostrarsi più accondiscendente e a cercare un altro partito più appetibile. Al giovane del posto sarebbe fruttata una certa sommetta da spendere all’osteria del paese o magari in qualche bordello in città perché di certo non avrebbe avuto il corpo di Annabelle, non l’avrebbe sfiorata nemmeno con la punta di quelle luride dita.
   «Sorella, che fai?» la voce di Arthur la distolse dai suoi macchinosi progetti.
  «Nulla» rispose secca Annabelle.
  «Tu stavi sbirciando, ammettilo! Eri curiosa di vedere il figlio del maniscalco» proseguì il piccolo.   
 «Anche se fosse, non sono affari tuoi, piccola peste» rimbrottò la giovane mentre un sorriso sornione le si allargava sulle labbra.
   Il gioco era appena iniziato.



Fine prima parte

giovedì 29 dicembre 2011

Le café des écrivants

Le Café des écrivains


Questa povera e trascurata rubrica ha deciso di ribellarsi. Dopo mesi e mesi di silenzio ha deciso di bussare alle porte della mia coscienza per una resa dei conti.
Semplice, o le davo un utilizzo o se ne sarebbe andata in un altro blog che l'avrebbe trattata meglio!
Allora, per ricucire il nostro rapporto, la mia mente ha deciso di partorire un'idea un po' folle.
Dovete sapere che sono una collezionatrice instancabile di sogni nel cassetto e tra i sogni accatastati qua e là c'è anche quello di scrivere (magari un romanzo).
Allora ho proposto alla rubrica un affare che non poteva rifiutare: ospitare le mie creazioni!
Essendo vanitosa e scaltra la rubrica ha ben pensato che se mi offriva questa possibilità magari avrebbe conosciuto una giovane scrittrice in erba che un giorno sarebbe diventata famosa (l'ho già detto che la rubrica è vanitosa?). In poche parole ha accettato.
In questo spazio, quindi, pubblicherò i miei racconti, le storie che verranno fuori dalla mia mente e dalla mia penna.
Per me sarà una specie di banco di prova, scrivere è un po' come mettersi a nudo e qui avrete la possibilità di vedere qualche pezzettino in più di Giulie, nel frattempo potrete darmi consigli, critiche e opinioni così che io possa migliorarmi e magari conquistare un po' del mio sogno.
Ora vi lascio e vado ad intingere la mia penna nell'inchiostro.
A presto, al prossimo racconto.

Giulie

mercoledì 21 dicembre 2011

My Book Advent Calendar 2011


My Book Advent Calender


Cari lettori oggi è arrivato dicembre e bisogna aprire la prima finestrella del calendario d'avvento! Allora che ne dite di farlo insieme? Ogni giorno, da qui fino al 25 dicembre, "apriremo" una finestrella del nostro calendario per scoprire quale libro si cela sotto di essa. Potranno essere libri vecchi o nuovi, libri letti o non letti, libri che vorremmo trovare sotto il nostro albero di Natale o che vorremmo regalare, insomma tutti i libri che in un modo o nell'altro ci stanno a cuore.

21 dicembre
Anche quest'anno siamo arrivati quasi alla fine del nostro calendario d'avvento, ancora poche caselle e saremo arrivati al Natale. Ecco allora gli ultimi consigli per i vostri acquisti librosi.
I racconti riscoperti da poco di una grandissima scrittrice, Un sogno di Natale, e come si avverò di Louisa May Alcott. Dopo aver letto i romanzi legati alla famiglia March, questi tre racconti editi per la Mattioli 1885 sono un regalo magico e speciale, un'occasione unica per tornare a favoleggiare grazie alla penna di questa scrittrice. E siccome un Natale senza doni non è Natale, come dice la cara Jo, il libro che si nasconde dietro la finestrella del 21 dicembre può essere veramente il regalo perfetto.

Titolo: Un sogno di Natale, e come si avverò
Autrice: Louisa May Alcott Casa editrice: Mattioli 1885
Pagine: 105 Prezzo: € 10,90


La trama:

Il volume raccoglie tre racconti dedicati al Natale: Un sogno di Natale, e come si avverò, per lungo tempo inedito anche in America e recentemente ritrovato fra le carte dell’autrice, Un Natale in campagna, Un nuovo modo di trascorrere il Natale, tutti mai tradotti prima. La produzione della Alcott, benché la sua fama sia essenzialmente legata alla straordinaria popolarità di Piccole donne, è vasta e inesplorata per i lettori italiani. La Alcott riesce a infondere autenticità in queste piccole storie basate sui valori fondamentali e su un immancabile e toccante lieto fine.


L'autrice:

LouisaMayAlcott (1832-1888) è nata in Pennsylvania, amica della famiglia di Emerson e di Henry David Thoureau, fu infermiera durante la Guerra Civile Americana. È famosa in tutto il mondo per il romanzo Piccole Donne (1868), cui fecero seguito altri tre libri della serie. Fu anche un’abolizionista e una femminista e si batté per i diritti delle donne.

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