martedì 12 aprile 2011

Speciale Il linguaggio segreto dei fiori - Ogni fiore ha la sua storia

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Il racconto di oggi è un po' più lungo degli altri, ma parla di un fiore estremamente bello, l'amaranto, simbolo di IMMORTALITA'

TRA I FLUTTI

Il villaggio abbarbicato sulla roccia sovrastante un tempo era stato luogo di passaggio per marinai di ogni sorta. Numerose leggende venivano narrate durante le feste in paese. Storie di mostri marini, di misteriose navi fantasma e di sirene. Da piccolo Alec ne era affascinato, credeva fermamente a ciò che suo nonno Chester gli raccontava. Col crescere però la sua fede in tutto ciò che non poteva vedere era diminuita fino a scomparire. Era andato a studiare a Oxford, facoltà di legge, e nella primavera di quell’anno di era laureato con il massimo dei voti. Eppure Alec non si era sentito appagato, felice. Per questo motivo aveva deciso di trascorrere l’estate nel suo paesino in riva al mare, a casa dei suoi, in Cornovaglia. Avrebbe aiutato i genitori nella loro pescheria; era un modo per ringraziarli degli sforzi compiuti per permettergli di studiare.
Così era tornato a Cliff Harbor, a pochi chilometri da St. Just, in mezzo alle case bruciate dalla salsedine. Amava il lento scorrere della vita lì con il mare che ne scandiva l’esistenza. Negli anni trascorsi ad Oxford aveva sentito la mancanza del rumore dei flutti che lambivano la scogliera e l’odore pungente dell’oceano che si agitava lo aveva riportato ai giorni di quando era bambino.
Lavorare in pescheria a volte era faticoso, le cassette di pesce fresco che arrivavano la mattina con il furgoncino di zio Albert non erano piacevoli da maneggiare, senza contare l’odore di pesce che si attaccava alla pelle quasi fosse una specie di colla. A fine giornata Alec sentiva tutto il corpo dolorante, ma non ci faceva caso, era così stanco che il sonno lo avviluppava non appena toccava le fresche lenzuola del letto.
Ogni notte, poi, faceva lo stesso sogno. Era nella piccola baia ai piedi della roccia dove sorgeva il paese e fissava il mare che si increspava. Aveva la sensazione di aspettare qualcosa, qualcosa che uscisse fuori dalle acque scure per venirgli incontro, ma quando arrivava a quel punto del sogno era già l’alba e il suono metallico della sveglia gli rubava il finale.
I clienti che frequentavano il negozio erano sempre gli stessi, tranne qualche rara occasione in cui dei turisti curiosi ne varcavano la soglia. Solo una persona però si presentava puntuale, sempre alla stessa ora. Era una vecchia consumata dal tempo e dal sale, Alec non riusciva a dire quanti anni avesse, poteva averne ottanta come averne cento, l’unica cosa che sapeva era che quella strana vecchietta giungeva ogni giorno in pescheria, lo osservava per qualche minuto e poi se ne andava, senza comprare nulla. Suo padre gli aveva detto che era l’anziana che viveva nei pressi del faro e con l’avanzare degli anni aveva perso gradualmente la sua lucidità.
Alec non riusciva a capire il motivo per cui quella donna lo scrutasse con quei suoi occhi incavati e torbidi, ma senza rendersene conto aveva preso ad aspettare quello strano incontro.
Un giorno scorse la vecchia seduta su una panchina della piccola piazza del paese. Colse l’occasione per avvicinarla e domandarle il perché delle sue visite. La donnina lo fissò, la faccia era un reticolato di rughe come avesse una ragnatela appoggiata sul volto; si rivolse a lui in cornico, l’antica della Cornovaglia, e Alec fece fatica a seguirla. Le uniche cose che capì furono che il mare lo aspettava e immortalità. Cercò di scucirle di bocca qualche altra informazione, ma fu impossibile. Tuttavia, quando Alec fece per andarsene, la donna strinse le sua mano ossuta in torno al suo polso e lo bloccò. Nonostante la veneranda età, una forza misteriosa abitava in lei come un fascio di nervi tesi. Fece scivolare un biglietto nelle mani di Alec e lasciò la presa.
Era un foglio consumato ai bordi e con alcune macchie di unto sparse qua e là, al centro vi era scritta quella che sembrava essere una ballata. Era in inglese e le lettere erano state tracciate in modo impreciso. Il ritornello veniva ripetuto tre volte e suonava così:

Dal mare io vengo, al mare io torno.
Le creature del mare mi stanno attendendo,
perché io sono il sovrano dei flutti
l’immortale dio che governa le acque.  

Alec guardò la vecchia confuso. Qual era il significato di tutto questo? Perché le aveva fatto leggere quella ballata? Le rivolse uno sguardo interrogativo e finalmente lei rispose: «Alec Thompson, quando ti deciderai a ricordare chi sei veramente?».
Lui la guardò stupefatto, la voce appena sentita era diversa da quella di prima, ora era una voce squillante e acuta.
«Domani, quando il sole sarà alto in cielo, ti aspetterò alla spiaggia». Era un’affermazione che non ammetteva repliche. Quella notte il sonno di Alec fu agitato dai misteri che si celavano dietro le parole della vecchia. 
Aveva avvertito che non sarebbe andato ad aiutare in pescheria il giorno seguente e appena l’aria incominciò a scaldarsi si diresse verso la baia. Era giunto alla spiaggia attraverso l’angusto sentiero che scendeva giù dalla scogliera. Granelli di sabbia bagnati si erano attaccati ai suoi piedi, li grattò via con un rametto trovato poco distante da dove si era seduto. Il cielo era attraversato da nuvole veloci che rendevano la luce del sole intermittente. Alec osservava l’infrangersi delle onde sulla battigia. Lei non c’era. Pensò che forse era stata la sua immaginazione ad avergli giocato un brutto scherzo e che la vecchia non gli aveva dato appuntamento né in quel posto né altrove. Sentì in bocca l’amaro sapore della delusione.
«Alec». Una voce si espanse nell’aria, proveniva dal mare. «Alec, sono io, Emrallt».
Una ragazza era uscita dalle onde; sembrava avere la stessa consistenza della schiuma del mare. Le si avvicinò cauto per paura di vederla scomparire.
«Chi sei?» le chiese piano.
Il suo sguardo triste lo colpì nell’anima. Non rispose, ma con un movimento sinuoso prese il volto di Alec tra le sue mani rosa pallido. Una cascata di ricordi iniziarono a fluire nella sua mente, frammenti di immagini si andavano ricomponendo a creare quella che sentiva essere la sua storia. Era come se un cassetto della memoria fosse stato aperto e i fogli contenuti in esso sparsi per tutta la stanza. Alec cercava di afferrare i brandelli della sua vita.
Finalmente ricordava.
«Sorella» disse, accarezzando i capelli smeraldo di Emrallt. Due lacrime sgorgarono dagli occhi della ragazza.
«Adesso ricordi, Cefnfor?» le domandò con voce dolce.
Annuì abbracciandola. Ora sapeva chi era la vecchia; era una delle tante sembianze umane che sua sorella aveva vestito nel tempo, era il suo modo per comunicare con i mortali. Quando si era rincarnato nel corpo di Alec, si era dimenticato di tutto questo. Ora, però, era giunto il momento di riprendere il proprio destino e di ritornare ad essere il dio dei flutti.
La sua anima immortale chiedeva di ricongiungersi con l’oceano.
Prese per mano sua sorella Emrallt e si incamminarono verso il mare fino a scomparire tra lo sciabordio delle acque.

3 commenti:

  1. Bello poter avere un'immaginazione come la tua!
    Mi piace molto come riesci a creare, di volta in volta, l'atmosfera giusta in uno spazio/tempo così ristretto.
    Però stavolta il finale non mi ha convinta al 100%, come se fosse un po' affrettato. Credo che una storia del genere aveva bisogno di più parole...

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  2. Sonia come mi capisci!Anch'io non ero completamente convinta di come questa storia si concludeva, avevo paura che diventasse troppo lunga e l'ho tagliata. Come dici tu, il finale ha bisogno di più parole. Spero solo di avere la possibilità un giorno di esprimermi un po' più a lungo, magari in un libro (ahahah quanto sogno!)

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  3. Io credo che ce la farai a realizzare questo sogno, e lo dico perchè quello che ho letto finora non mi sembra per niente acerbo, come hai detto in qualche commento fa, ma già abbastanza maturo e esperto. Insomma, devi solo buttarti!!

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